I MILLE FANTASMI DEL PALACE DI AUBURN HILLS: DAI BAD BOYS AL MALICE

Lo scorso 11 luglio, in giro (per la rete) troverete diversi filmati
dell’implosione (controllata), il Palace di Auburn Hills è stato demolito.
Realizzando l’iter, che trasformerà il (non) luogo in un’inevitabile
area commerciale, si è chiuso il cerchio di una storia fondamentale per
l’NBA.
Che cominciò quando, nell’autunno 1985, Bill Davidson (allora presidente
dei Detroit Pistons) decise di inventarsi la prima, vera, arena
(multifunzionale) del basket pro di allora.
Che, sull’onda di Larry Bird e Magic Johnson (e del nuovo Commissioner
David Stern) stava decollando – finanziariamente – dopo le secche di
fine anni Settanta.
Il momento giusto per creare un impianto moderno che divenne l’archetipo
di quel tipo di strutture: la novità delle luxury box, un pozzo di
denaro che permise ulteriori investimenti (e ricchezze).
Non fu un caso che, dai tempi del Silverdome di Pontiac, i Pistons
assunsero un ruolo di primo piano nell’NBA del boom.
Laddove – nel Michigan e nella Motor City – la crisi industriale stava
picchiando duro, i Pistons (la franchigia) rappresentarono l’ultima
risorsa, feroce e futuribile, di un’area metropolitana che si stava
spappolando.


All’inaugurazione del Palace, la vernice della stagione 1988/1989, la
squadra era sulla cima della montagna, un modello vincente da imitare (e
temere).
I Bad Boys nacquero piano piano, pezzo dopo pezzo: Chuck Daly e Jack
McCloskey, oltre a Davidson, gli architetti di un capolavoro che
modificherà – per sempre – l’identità tattica e tecnica della pallacanestro.
Perchè, storicamente, al di là dell’Atlantico, volendo fare una cernita
(impietosa) nel basket professionistico ci furono – temporalmente –
prima i Celtics di Red Auerbach e poi quei Pistons.
Oggi forse dovremmo aggiungere, per forza, i Golden State Warriors
dinastici: non stiamo raccontando del valore, straordinario, di questi
combo ma dell’evoluzione che implementarono al resto dell’offerta.

Il giugno precedente allo sbarco a Auburn Hills, le Finals 1988 nel
gigantesco Silverdome (un’astronave che pareva disegnata per farci
calare, dall’alto, la Mothership di George Clinton…): le più
importanti di sempre o giù di lì.
Uno scontro tra concezioni opposte: i Lakers dello Showtime – bellissimi
– vivevano di mismatch (chiesti fortissimamente da Pat Riley) e
transizioni fulminee.
Jerry West affastellò quattro (!) prime scelte nello stesso roster:
Kareem Abdul-Jabbar, Magic Johnson, James Worthy e Mychal Thompson (il
babbo di Klay che, da backup, era un lusso clamoroso…).

“Preferirei avere qualcosa sui 300 dollari, ma di una pecora che almeno
si sia divertita un po’.”
(Chuck Daly, dopo aver visto un abito di lana vergine, venduto a 1300
dollari in una boutique di New York)

Gli altri erano un macchinario postmoderno: Daly aveva compreso il
futuro e lo stava ricreando in diretta.
Rotazione a nove uomini, lunghissima per i tempi, regole difensive
ferree e un attacco basato – oltre le improvvisazione delle guardie –
sugli specialisti.
I lunghi non erano più il centro di gravità permanente, servivano ad
aiutare, a piazzare blocchi e a vivere delle mance (..) dei piccoli.
Un basket che era intimidatorio, con gli stagger di un Rick Mahorn che
creavano spazi per le zingarate degli esterni: blocchi punitivi,
fisicissimi.
Aveva lasciato la metà dei Beef Brothers a Washington, Jeff Ruland, e si
era ritrovato con un altro bianco, lento, che non saltava: Bill
Laimbeer, dalla Pintinox Brescia via Cleveland Cavs (allora decisamente
Cadavers…).
Uno che amava farsi odiare, che picchiava e provocava, ma con una dote
(oltre ai rimbalzi difensivi e la cazzimma) che favorì (determinò) quel
sistema: il tiro da fuori, pure da tre, di livello assoluto.
Il cinque che, sui giochi a due, rimaneva largo e colpiva col jumper
(aprendo il campo…): una rivoluzione copernicana, lo stretch five
prima che si coniasse la definizione.

I lunghi che avanzavano – dalla panca – erano ancora più atipici: James
Edwards, veterano di mille battaglie (solitamente perse…), si era
riciclato come produttore di punti (veloci) sotto.
Gli altri due, gemelli diversi, non guardavano quasi mai il canestro ma
vivevano di intangibles e intensità: John Salley, il Ragno stoppatore, e
Dennis Rodman.
Un atleta incredibile, saltatore irreale, che in difesa poteva marcare
ogni razza (dall’uno al cinque) e con un istinto senza eguali a rimbalzo.
Ponte (offensivo) Adrian Dantley: stufo di accumulare primati
individuali ai Jazz, maestro del post e del tiro in avvicinamento,
veniva cavalcato quando occorreva.
Poi arrivavano quelli che comandavano il gioco: che era loro, prima e
seconda opzione.
Isiah Thomas, Joe Dumars e Vinnie Johnson.
Ironico che il (grande) capo dei Pistons, il leader (lui e Billone, la
commissione interna), fosse di Chicago.
Isiah, personaggio complesso da descrivere, era la point guard, il play
gestore, e l’incendiario dei parziali da solista impazzito: il suo
manifesto quei 16 punti in 94 secondi, contro i Knicks in una gara5
strepitosa (1984), che mandarono il match al supplementare.
Ballhandler supremo, un prestigiatore, palleggio, arresto e tiro da
manuale, creativo per sé e gli altri.
Joe D, assassino silenzioso, fu l’emblema del Two-Way e Vinnie, The
Microwave, era – qualitativamente – l’aggiunta perfetta alle guardie
titolari.

“Ogni volta che giocavamo con i Pistons, chiamavo la mia famiglia per
dirgli che li amavo.
Nel caso che poi non mi avessero più visto.” (Charles Barkley)

Giocavano giusto (..) e duro, i Bad Boys, e alle Finals ci sarebbero
arrivati addirittura un anno prima se, nello showdown orientale (1987)
contro i Celtics (campioni), Zeke (dopo aver fatto gli straordinari, da
go-to-guy, in gara5) non avesse regalato la palla a Bird, autore del
furto più assist (a Dennis Johnson) più celebrato dell’evo.
E le finali ’88, i Pistons le persero per qualche dettaglio sfortunato,
nel bel mezzo di due contese (gara6 e 7) leggendarie.
Thomas che si scavigliò, nella sesta, mentre firmava un parziale da
posseduto (25 punti nel solo terzo quarto); Rodman che, nel clutch della
bella, per troppo entusiasmo, si prese responsabilità non sue.
Giunsero all’anello, sempre contro Los Angeles, l’anno successivo: i
gialloviola erano rotti, i Pistons troppo forti.
Nel frattempo era accaduto qualcosa: McCloskey, il giemme che disegnò
Detroit, accontentò Isiah spedendo Dantley (furioso…) per l’amico di
Zeke, Mark Aguirre, a Dallas.
Stesso talento, un All Star, un po’ meno sul pezzo in quanto a
disciplina: ai Mavs, nello spogliatoio, Aguirre non lo reggeva più
nessuno ed era diventato Ziggy the Elephant.
Nel 1990 il bis, col telaio della squadra modificato da Daly per ovviare
alla partenza – causa draft di espansione – di Mahorn: che era,
tatticamente, insostituibile.
Blocchi, rimbalzi e marcatura dei cinque.
Lo staff si inventò Rodman ala piccola ed Edwards a fianco di Laimbeer:
dalla panca, i punti facili di Johnson e Aguirre, l’energia di Salley.
La rotazione si era ristretta a otto: William Bedford, un sette piedi
col potenziale da stella, si era rivelato un altro dannato (tossico) del
draft 1986.
Detroit, di mestiere e sagacia tattica (le Jordan Rules funzionavano…)
fece ancora fuori, per l’ultima volta, i Chicago Bulls nella finale
della Eastern.
Le Finals furono contro Portland, straripante fisicamente ma con troppe
lacune nella gestione dell’inerzia degli incontri: la vittima perfetta
per un gruppo, malgrado il Verme (infortunato) a mezzo servizio, che si
nutriva della pressione.
Isiah MVP, irresistibile, all’ultima thule, Microwave che mise dentro il
jumper del titolo, Dumars (con il cuore gonfio: il babbo morì in quei
giorni) che faceva le (piccole) cose che portano alla vittoria.
Il sipario scese – sul serio – in quella gara5 al Memorial Coliseum: e
forse sarebbero bastati i Phoenix Suns di Kevin Johnson, quell’anno, per
mostrare il declino o l’inizio dello stesso.

Nel ’91, la cricca senza ricambi all’altezza e, tranne Joe D e Dennis
the Menace, al dessert della carriera, fu triturata dai Bulls di MJ
nell’ennesima finale Est tra le due rivali.
A dispetto di qualche fallo brutale, gli atteggiamenti macho, i Pistons
erano senza denti.
Chicago aveva imparato la (loro) lezione, a suo modo, come altri nella
lega: certi concetti difensivi, applicati da atleti superiori come
Michael Jordan e Scottie Pippen, producevano un livello inedito del gioco.
La nuova razza (..) liquidò – in quattro partite senza storia – l’era
dei Bad Boys.
Che recitarono la parte, dei cattivi, fino in fondo: quella sera,
rifiutandosi di salutare i nuovi dominatori, si volatilizzarono nel
tunnel del Palace.

“Ball don’t lie!” (Rasheed Wallace)

L’intermezzo, illusorio quanto esaltante, fu regalato dai sei anni
principeschi di Grant Hill ai Pistons: dall’ottobre 1994 al 2000, la
cosa più simile a LeBron James – nell’evoluzione della specie – prima di
LeBron James.
Hill, dopo un lustro da Don Chisciotte nella Eastern, in una versione
discount dei Pistons, scelse Orlando e cominciò una via crucis impietosa
di infortuni.
Quell’estate, Joe Dumars assunse il ruolo di presidente esecutivo: un
segno del destino, il bad boy tranquillo mise insieme un altro squadrone.
Un solo errore, l’impalpabile Darko Milicic nel draft (2003) dei
fenomeni, e una sequenza di scambi e firme di free agent da antologia:
tre anni e Davidson alzò nuovamente il Trofeo Larry O’Brien.
Prima Rick Carlisle, poi Larry Brown avevano plasmato un combo con
un’identita collettiva: un mosaico dove – ancora una volta – la difesa e
il gioco a metà campo erano preponderanti.

L’anello 2004 si materializzò contro i Lakers, un altro déjà vu,
dell’ultimo Ko-Shaq.
Il più improbabile di tutti: all’ammazzacaffé, nella relazione tecnica
tra i due e i veterani All Star che parteciparono alla soap opera (Karl
Malone e Gary Payton).
Tinseltown fu esposta nei suoi difetti: O’Neal in ambasce quando veniva
costretto (in difesa) a uscire alto, l’impossibilità di marcare Chauncey
Billups (un quattro per quattro…).
Li bastonarono.
A quella cricca, che giocava un basket razionale, minaccioso e
arrogante, mancò il bis: sfuggì nel 2005, in uno showdown di sette
partite (con i San Antonio Spurs), di altissimo livello.
Nel 2006, in regular, l’apice ideologico a quote (un eloquente 64-18)
mai raggiunte nemmeno dalla banda Daly.
Eppure, nello showdown della East 2007 contro gli emergenti Cleveland
Cavs, i Pistons si smarrirono – prigionieri della boria di un Rasheed
Wallace – opposti al nuovo Re.
Al Palace, in una gara5 drammatica, i 48 punti di James suggellarono la
fine di un certo tipo di basket.
Perchè nel frattempo era successo, il 19 novembre 2004, il finimondo.

“Jack, pensi che avremo dei problemi?” (Ron Artest a Stephen Jackson )
“Scherzi, fratello? Problemi? Saremo già fortunati ad avere un cazzo di
lavoro dopo questo casino…” (Jamaal Tinsley)

La rissa al Palace, nel finale di un incontro già deciso e tesissimo,
violento, uno statement game tra Detroit e Indiana.
Che vinse la contesa ma perse la testa e il futuro (almeno un banner?):
un incubo, per l’NBA, che cambiò definitivamente il corso degli eventi e
la politica del gioco.
Ron Artest che inseguiva uno spettatore sugli spalti, trattenuto
inutilmente da Mark Boyle (il radiocronista dei Pacers, che si fratturò
cinque vertebre nel tentativo…), gli sputi, le sedie e il cibo e le
bevande che volavano sul parquet.
Stephen Jackson che, dopo gli insulti e le minacce con Ben Wallace,
stese uno che aveva colpito alle spalle Artest.
Jermaine O’Neal tirò un pugno a un tale, Charlie Haddad, ubriaco, e se
non fosse scivolato su una chiazza di birra, forse l’avrebbe ammazzato…
La polizia, nel caos dopo la fuga di Indiana negli spogliatoi, cercò
Artest per arrestarlo: la squadra invece portò Ron sul bus e
cominciarono le trattative per farli andar via (sani e salvi?) da Auburn
Hills.
Fu un delirio: David Stern agì col bisturi, preservò quel che rimaneva
dell’immagine di una NBA che era sempre più identificata col machismo (e
uno strapotere afroamericano, che fa della lega una merce minoritaria
nella Bible Belt…).
Una causa miliardaria (se O’Neal avesse centrato la faccia del
cretino…) avrebbe distrutto il giocattolo: si scelsero altre regole
d’ingaggio, un basket più divertente e meno aggressivo (alla giugulare),
lo stop ai liceali nelle scelte.
Un prodotto per famiglie non poteva permettersi un altro Malice at the
Palace.

Che si è portato via, con la sua sparizione, il Palace, i mille fantasmi
di una saga esaltante e tosta.
Gli arcobaleni a canestro di Isiah, il jumper di Joe D, i rimbalzi senza
saltare di Laimbeer e quelli con la testa al ferro di Rodman.
Grant Hill, elegantissimo, che schiaccia in faccia al big man avversario
e il pick and roll di Billups coi due Wallace (uno rimaneva su, l’altro
tagliava…) mentre Rip Hamilton girava il blocco.
Bill Davidson e Chuck Daly sono morti nel 2009, a pochi mesi di distanza
uno dall’altro.
Bob Seger, un figlio e un simbolo di Detroit, ha chiuso il Palace con
l’ultimo concerto nel settembre 2017.