AMARCORD ROSSO SANGUE, SPUTATO

“Ho in mente di buttar giù una grossa pisciata in prima persona sulla avventura milanese, sul miracolo economico, sulla diseducazione sentimentale che è la nostra sorte d’oggi…” (Luciano Bianciardi)

Con l’ultimo quarto di Chicago nelle pupille, dopo tre parziali di All Star Game classico (?), cicloturistico, si vede meglio l’orizzonte.

LeBron contro Giannis, i closeout difensivi, alcuni uno contro uno, etc. A paragonarlo con la finale di Coppa Italia di qualche ora prima, un generoso ciapanò alla Vitrifrigo Arena, sembrano due sport diversi. Pure se gli altri giocavano per finta (..), non ci sarebbe bisogno della dea Circe per capire – tra i due spettacoli – quale fosse il più attraente.

Vedere vincere la (gloriosa) Reyer Venezia, defunta una volta a metà anni Novanta, fa parecchio Serie A postatomica.

La stessa menata del fallimento delle due Livorno, di entrambe le sponde di Basket City, di Firenze e Torino.

E l’aleph al plutonio della Mens Sana Siena: scatola nera di un ambiente e ultima realtà competitiva – ai massimi livelli – in Europa.

Il casino, un po’ depresso, che è seguito ai quasi cinque lustri di Spaghetti League: quando eravamo il ponte privilegiato verso il sogno americano e i capintesta dell’eurobasket.

C’erano Mister Pressing, le partite alla tivù a ogni ora e i campetti che spuntavano come funghi ovunque.

Un movimento che fu, per un lunghissimo quarto d’ora warholiano, l’alternativa chic e intelligente a Commodo Calcio.

Con i regolamenti continentali contemporanei, quella Serie A rischierebbe l’en plein in un contesto come l’attuale di Eurolega.

Eppure la constatazione che si fosse sul Titanic, a poco dall’iceberg, si ebbe solo con l’immagine – una cornice in pirite – del leggendario Mimmo Barbaro.

Il presidentissimo della Viola Reggio Calabria che annunciò, con una serie di conferenze stampa pythoniane, l’arrivo di Arvidas Sabonis dopo aver convinto – del (mitico) progetto – Carlton Myers e Carlo Recalcati.

Era l’estate 2001 e la palla con estro tricolore si stava scavando la fossa.

Per tornare a oggi, a un campionato italiano che pare una minor league, tutto (anche a dispetto della realtà…) sembra girare attorno alle vicende dell’AX Armani Exchange Milano.

Che è il centro di gravità permanente del circo, al di là del bene e del male, la Juventus del basket tricolore, con una base di tifosi (e di relativi odiatori) senza paragoni.

Riuscirà Ettore Messina a riportare lassù, in Europa, l’Olimpia?

Perché le memorie positive degli anni della ventitreesima squadra NBA (..) pesano, sul presente, a ogni rovescio.

L’ascesa di quella Milano fu parallela, simbiotica, con la crescita esaltante della pallacanestro italiana: il gioco che parlava ai giovani, agli studenti, con il linguaggio e l’estetica giusta.

Partì, per caso, con l’arrivo di Dan Peterson alla Virtus Bologna dell’avvocato Gianluigi Porelli, proprio nella stagione (il ’76) che – mentre la Sinudyne tornava al titolo, dopo trent’anni di siccità – vide invece la Cinzano retrocedere in A2.

Il prologo ci sarebbe stato, alla vernice del Peterson meneghino, nel 1979, con la Banda Bassotti che chiuse il ciclo dinastico della Grande Varese.

L’epilogo dieci anni dopo (1989), senza il cittadino più famoso di Evanston, Illinois, sulla panca, nella bolgia dantesca di Livorno in Gara5.  

1982. Cesare Rubini, il simbolo dell’Olimpia che fu, festeggia la seconda stella negli spogliatoi con il Billy. Che ha appena vinto Gara2, opposto alla Scavolini Pesaro, 73-72. 

Avendo l’età sbagliata, ahinoi, ci piacerebbe descrivere quella Milano petersoniana vista dal vivo.

Ricordo un “Cuore e batticuore” di un articolo di Giganti che la dipinse alla perfezione.

L’Olimpia dei record partì con l’acquisizione di Dino Meneghin e fu un esempio, inquietante per chi la supportava, di combo che pareva camminare su un filo sottile.

Essendo una combriccola di veterani, si gestivano: squadra incapace di mantenere uno standard normale, visse sempre per ricompattarsi nelle grandi occasioni.

L’anima era Mike D’Antoni, il compendio più elegante ammirato nel Bel Paese alla categoria playmaker. Insisteva troppo col palleggio destro, tiratore discontinuo, talvolta un caratteraccio.

Ma, negli ultimi due minuti delle partite vere, fu il bipede più dominante visto nel Vecchio Continente. Pierre Boulez al quadrato, il direttore d’orchestra dei sogni: MAI una scelta tattica e tecnica sbagliata.

Negli anni, un solo erede si è intravisto: Sarunas Jasikievicius. Michelino veniva spremuto alla Pat Riley da Big Little Dan: dovette inventarsi un’autogestione sul campo, scegliendo i momenti più adatti ai celeberrimi blitz difensivi.

1984. Bella scudetto al Palazzone. Gallinari (senior) anticipa a rimbalzo Renato Villalta. Tagliafuori di Premier su Bonamico, Elvis Rolle è per le terre.. La Virtus di Alberto Bucci si imporrà – al fotofinish.. – 77-74.

Poi la cazzimma del Menego, i suoi blocchi al titanio, la capacità di essere utile ovunque, anche negli intangibles.

La Elle che coinvolgeva il duo fu il passepartout per gli assaltatori che si inserirono nel macchinario: il dinamitardo Roberto Premier, l’italiano più slavo di tutti, le missioni possibili di FranBoselli, quelle impossibili di Vittorio Gallinari.

E una schiera formidabile di americani. Gli operai specializzati, i più utili, alla John Gianelli e Russ Schoene.

Gli altri, gli assi o presunti tali, che si alternarono alla buona tavola del Torchietto.

Del primissimo Billy, il ricordo va a C.J. Kupec, realizzatore spaventoso. L’Earl Cureton di qualche partita (il back up di Moses Malone ai Sixers..) mostrò il potenziale super di quella Simac: finì come in un film di spionaggio, con Peterson che lo rincorreva in taxi (verso Linate…) dopo che Earl si era fatto convincere da un garantito per tornare a casa.

Poi passarono gli Antoine Carr, il Bob McAdoo della tripletta: una macchina da canestri, il Macca, l’epitome del vincente.

Per sei mesi ci si estasiò di fronte a Geibì Carroll: uno che, venti mesi dopo, fece l’All Star Game NBA.

In quell’evo, uno come Joe Barry condivise lo spot di centro con Kareem Abdul-Jabbar e Hakeem Olajuwon…

1985. Finale tutta italiana di Coppa Korac tra Simac e Ciao Crem Varese. Un gran match, disputato in una palestra (sic) di Bruxelles: Meneghin, in post, marcato da Corny Thompson, chiede palla. Per Milano, che vinse 91-78, è il primo trionfo europeo dell’evo d’oro.

Eppure lo squadrone fu tale soprattutto nei rovesci: la finale fratricida di Coppa dei Campioni, con Cantù a Grenoble ’83, decisa da un’invasione di campo a un secondo dalla fine.

L’anno dopo, 1984, un’altra sconfitta con l’asterisco opposti al Real Madrid di Juan Antonio Corbalàn, stavolta in Coppa delle Coppe, e poi l’amaro calice della stella virtussina.

Roberto Brunamonti, Jan van Breda Kolff (uno scienziato), Marco Bonamico, Renato Villalta (quanto era decisivo, quando contava..).

Le vitolate celeberrime. Persero Gara3, al Palazzone, in una finalissima dalla bellezza stordente: lo fecero con gli errori decisivi, dalla lunetta, di Renzo Bariviera e dopo le polemiche di una squalifica federale a Meneghin.

Fu sempre e comunque basket doc, affascinante, giocato con la grinta e l’abnegazione dei duri e puri.

Il Peterson, al di là dell’arma psicotattica della Uno Tre Uno, era il catalizzatore, il guru.

Squadra piatta, parziale degli avversari? L’uomo dell’Illinois si faceva cacciare per proteste (studiatissime) agli zufolatori.

Un paio di minuti di caos e al rientro dal baillamme, con Franco Casalini allenatore ad interim, i suoi rimontavano con la bava alla bocca.

Pensiamo che il parziale post sceneggiata napoletana fosse 20-1 o giù di lì. Il segnale di guerra lo mandava Geronimo Mene Ghin, spazzando via di forza, alla prima occasione utile, la concorrenza a rimbalzo offensivo. Tanobelloni (..), sugli spalti di San Siro, era chiaccheratissimo: lo si accusava di fare troppe cose, con inevitabili distrazioni per la truppa.

Scriveva articoli e libri; intervistava in tivù Gianni Rivera e Francesco Moser; ballava in discoteca, novello Don Lurio, avvinghiato alle grazie di Matilde Ciccia.

1988. Finalissima di Coppa dei Campioni, a Gent, col Maccabi Tel Aviv. Bob McAdoo (25 punti, 12 rimbalzi, 2 assist e 3 recuperi quella sera) sale al tiro contro Kevin Magee. 90-84 per la Tracer, che bissa il titolo dell’anno precedente. 

Però, in quel momento storico, era perfetto per le manie di grandezza dei Gabettisti e del pianeta cestistico.

Fu un José Mourinho simpatico, diabolicamente paraculo.

La mentalità vincente che installò stava nel sadismo del meno quarantacinque, in stagione regolare, contro la Scavola di Kicia e Bouie (1981-82) e nei trentuno beccati a Salonicco dall’Aris del dioscuro Nikos Galis in Coppa.

Una portaerei inaffondabile, dallo spirito misterioso, che diventava irresistibile quando fiutava la brezza dell’impresa storica.

Nella ghiacciaia di Losanna, in un mercoledì da leoni, l’apice assoluto della Tracer e (senza capirlo quella sera) il vertice invalicabile dell’intera esperienza di un gioco meraviglioso nel Bel Paese.

Peterson scese lì, sulla cima dell’Everest, con la scorta di bombole. Oggi lo snodo del bordone risiede integralmente nel manico: tre allenatori tre, nella storia Olimpia, fino al pokerissimo contro la Juvecaserta.

Una successione disperata, senza soluzione di continuità, nel post Rubini/Faina/Peterson.

L’omicidio del baloncesto italico dimora nell’uccisione sistematica del tempo, per lavorare e crescere. Una generazione intera di ragazzi, ormai maggiorenni, non ha mai visto una squadra italiana sul tetto europeo: l’ultima, la Kinder Bologna di Messina (e di Manu Ginobili, Antoine Rigaudeau, Rashard Griffith…) nel 2001.

Un bel dì, vedremo, forse.

L’immaginario però, se non tutto, è tanto: per adesso quei giovani, quando racconteranno i loro amarcord, le loro fandonie ai bimbi di domani, non riusciranno comunque a far passare Andrea De Nicolao e Mitchell Watt come novelli Pierlo Marzorati e Jim Brewer.

Questo no, nemmeno strafatti come Joe Pace a Pesaro nell’80.