DIARIO DEL TOUR 2023

“Luglio col bene che ti voglio / Vedrai non finirà..”

1 luglio, Bilbao

Il Tour de France numero 110 parte dai Paesi Baschi, il luogo (il piccolo mondo) più legato al ciclismo dopo le Fiandre.
Folla (festa), colline (verdi), mare (l’Atlantico).
Un panorama perfetto: si passa da Guernica, la Storia che si impone, e pochi ricordano che la Corsa della Pace – il secolo scorso – esibiva la colomba (della pace) stilizzata da Pablo Picasso.
Il disegno ASO di questo Tour è furbesco, piacione.
Una scemata televisiva, ignara volutamente delle regole tattiche e tecniche dei Grandi Giri.
Zero strade del Nord, cronometro ai minimi storici, garagismo, chilometraggi ridotti, appena due gpm sopra i 2000 metri d’altitudine.
La Vuelta de Francia si salverà solo in virtù della qualità, eccelsa, del plotone.
Una milionata di persone, sulle strade, con l’Ikurrina (la bandiera basca) in mano, e il gruppo sùbito a manetta, fendendo tifosi e spartitraffico.
Sulla Cote de Vivero, l’UAE Emirates manda davanti Mikkel Bjerg a picchiare.
30 chilometri al traguardo e saltano tanti Alpecin e Soudal, Alexey Lutsenko e Biniam Girmay.
Le gambe bruciano.
A fine discesa, cadono Enric Mas e Richard Carapaz.
L’iberico finisce il suo Tour dopo 160 chilometri; l’ecuadoriano, col ginocchio sanguinante (rotto), nell’albergo del dopo tappa.
Sulla Cote de Pike, 2 chilometri al 10 per cento, un’imitazione della Vallonia in una collina dell’Euskadi, una tirata di Adam Yates distrugge quel che rimaneva del gruppo.
Salta, su una cote che tre-quattro anni fa era disegnata per le sue gambe da acidolattico a palla, Julian Alaphilippe.
Rimangono Victor Lafay, più sorpresi noi che lui, Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard (un po’ pallido).

“Ancora tu / Ma non dovevamo vederci più..”

Scollinato, si isolano in contropiede i due Yates.
Jumbo-Visma messa in saccoccia, col minimo sindacale.
Due gemelli in testa, una roba mai vista, che si contendono tappa e maglia.
Finalone all’insù, una Liegi-Bastogne-Liegi sprint (quando si concludeva ad Ans): primo Adam, secondo Simon.
Dietro, sono rimasti dodici, Pogacar terzo, contento come un bimbo all’ultimo giorno di scuola.
Un inizio col botto e i fuochi d’artificio, a 41 e 55 di media.


5 luglio, Laruns

La storia della Grande Boucle racconta che, seppure in un disegno atipico come il ’23, con il ricciolo nel senso antiorario, la gara – se non è scontata – si decide sulle Alpi, con i Pirenei per punzecchiarsi.
Nel 1986, il Col de Marie Blanque fece la differenza.
Bernard Hinault, trentaduenne e patron (mattatore) all’ultima recita, attaccò a sorpresa e fregò quasi tutti, compreso il compare (nemico, separato in casa Le Vie Claire) Greg LeMond.
Solo Perico Delgado si unì al golpe del bretone.
Quel pomeriggio il Tasso, che pedalava con un rapportino (lui famoso per spingere i catenacci), sfruttò lo stupore altrui.
Faceva caldo, c’era il solleone, oggi c’è la maccaja ed è umido.
Pronti via e si va fortissimo: nella fuga entrano 36 corridori, tra i quali il vincitore del Giro 2022, Jai Hindley, insieme a suoi due camalli (Emanuel Buchmann e Patrick Konrad) più Wout Van Aert e altri calabroni (Tiesj Benoot, Christophe Laporte).
Qualcuno, in ammiraglia, dorme.
L’UAE Emirates rimane in mezzo: dopo 2900 metri di dislivello, 42 orari di media.
Hindley, l’abruzzese d’Australia, se ne va (da solo) sul Marie Blanque, a 20 chilometri dal traguardo.
Dietro, la Jumbo-Visma (anche per limitare il vantaggio di Hindley) fa saltare il banco: a 1000 metri dal gpm rimangono Sepp Kuss (un metronomo in salita), Vingegaard e Pogacar, i due litiganti.
Ai 700, Vingegaard legge la fatica di Pogacar e apre il gas: lo sloveno non risponde, ha la spia rossa accesa.
Il danese va via come un motorino: 9,3 chilometri volati in 23 minuti a 24,26 km/h.
Su queste rampe, e gli ultimi 3700 metri sono garagismo, un Vingegaard non si era (forse) mai visto.
Il Marie Blanque è corto (7,7 km), non ad alta quota (1035 metri in cima) e siamo (solamente) alla quinta tappa.
Le condizioni giuste per generare una VAM, nel clou, sopra i 1900 metri all’ora.
Una piccola replica del (clamoroso) Col du Granon dell’anno scorso, con effetti immediati sulla classifica e la cabeza dell’avversario.
Colpo doppio di un Hindley di lusso, Vingegaard – a 34″ – si porta all’arrivo Giulio Ciccone, Felix Gall, Buchmann, dalla fuga di giornata.
Pogacar, scortato da Adam Yates, David Gaudu, Simon Yates, Carlos Rodriguez, Daniel Martinez, becca 1’04” dal Pescatore.
E questo era solo il prologo dei Pirenei.
Jai Hindley ha vissuto gli ultimi due mesi come un monaco.
La famiglia, di Perth, è fanatica del ciclismo (europeo).
Babbo Gordon, che è inglese, crebbe i fratelli Hindley a pane e bici.
A 7 anni, Jai disse a mamma Robyn che sarebbe diventato un ciclista professionista.
Nel 2011, per una coincidenza magica, di stanza a Oudenarde, mentre Jai correva – tra Belgio, Francia e Paesi Bassi – Cadel Evans divenne il primo australiano a vincere il Tour.
Gli Hindley hanno deciso di seguire il Tour 2023, frazione dopo frazione: vederlo in maglia gialla è un sogno realizzato.


6 luglio, Cambasque

“Signorina Maccabei / Venga fuori, dica lei / Dove sono i Pirenei?”

Pirenei quasi classici, mezzo “giro della morte”, compresa la canicola.
Appena passato il Col d’Aspin, primo il peperino Neilson Powless, il pellerossa, sono 1000 chilometri di Tour percorsi.
Il Col du Tourmalet, dalla parte giusta, quella di La Mongie, ti sfinisce.
Più di 17 chilometri a far rosolare polmoni e gambe.
Nel fugone (..) il treno è ancora Wout Van Aert, che li cuoce tutti, uno dopo l’altro, dietro (la ventina di sopravvissuti nel gruppo maglia gialla) i Jumbo-Visma tirano come ossessi.
Una spaventosa prova di forza.
A La Mongie, 50 all’arrivo, Wilco Keldermann (à bloc), Sepp Kuss e Jonas Vingegaard con il solo Tadej Pogacar a ruota.
Jai Hindley, di giallo bardato, si arrende sul drittone che vede la stazione sciistica.
Lassù dove Octave Lapize, nel 1910, urlò “Assassini!” (a Henri Desgrange e soci), esplode la corsa.
A 2 km dalla vetta, Vingegaard parte come un razzo, francobollato da Pogacar.
Fanno i 18 all’ora su una schiena d’asino al 10 per cento, mentre il gruppetto Hindley (che insegue per non affondare) becca 2 minuti in un amen.
In discesa, TgWout aspetta il Pescatore e lo conduce (con Pogacar all’ombra dei due) manco fosse una moto in una prova derny.
In ottica Glasgow, il Mondiale agostano, Mathieu van der Poel (che era nella fuga) è (molto) più vincente del belga, ma per versatilità (cilindrata) non c’è paragone.
La valle che porta a Cauterets, col Président Emmanuel Macron nell’auto pilota di Christian Prudhomme a osservare, spiega al meglio il contrasto (agonistico) tra i monti del Tour e il resto dell’offerta.
Quel fondovalle, su e giù, cambia la strategia della contesa.
Alcune Grande Boucle sono state vinte, e perse, in quel frangente.
Con Van Aert da litorina, a 3 minuti di distacco, Bora-Hansgrohe e Ineos sono costrette ad allearsi.
A 4,6 km dalla fettuccina bianca, Van Aert (l’MVP della Laruns-Cambasque) si sposta.
Il danese va, nella bolgia, ma non come ieri: Pogacar parrebbe comodo, in scia.
Gli scatta in faccia, ai 2700 metri, e Vingegaard abbassa la testa.
Pogacar va per la decima affermazione parziale (in quattro anni).
Vingegaard, duro di rapporto, arriva a 24 secondi e indossa un giallo sudaticcio.
Sei tappe e pare un’odissea.
Dopo i duellanti, l’abisso.
Segnaliamo il promettente Tobias Johannessen, 23 anni, terzo a 1’22”.
Ha vinto un Tour de l’Avenir (2021) e ci sembra forte.
Hindley, Carlos Rodriguez (capitano Ineos sulla strada) e Simon Yates a 2’38”.
Il resto, i resti, un bollettino militare.
Romain Bardet, Tom Pidcock e David Gaudu a 3’12”.
La coppia Bahrain Pello Bilbao e Mikel Landa, il Godot della Biscaglia, a 3’41”.
Matias Skjelmose, scoppiato sul Tourmalet, 7’56”.
Egan Bernal, che ha mollato verso Cambasque, 9’48”.
Giulio Ciccone, disperso a 10’46”.
A 37’27” – a pochi metri dalla vettura scopa – tre Soudal Quick Step (Tim Declercq, Michael Markov e Dries Devenyns) salvano Fabio Jacobsen (incerottato dopo una caduta) dal fuori tempo massimo.
Che mestieraccio, i Cipputi della bici.


8 luglio, Puy de Dome

L’Alvernia, il vulcano spento, una folla straripante e il ritorno della guglia.
La differenza più plateale tra Francia e Italia è nel brand dell’offerta.
Il Tour e il Giro ci spiegano l’antropologia di due popoli, vicini ma lontani.
L’Amaury, una gioiosa macchina di marketing, riporta il Puy de Dome al centro dell’universo Tour.
La domenica, del villaggio globale, con una fiumana di spettatori: sulla strada e in tivù.
Le coreografie dei villaggi e dei tifosi, i colori.
L’epilogo sul picco (4000 metri) viene chiuso al pubblico.
La paura che si ripeta un altro Mont Ventoux 2016, una cremagliera che affianca una strada privata in un parco naturale patrimonio Unesco.
La sfida Pogacar-Vingegaard ne rilancia altre.
Il leggendario Jacquot Anquetil-Raymond Poulidor (1964), l’apogeo di una rivalità che descrisse l’anima dei francesi, il loro dna.
Che supportano (e amano) gli incompiuti, i Thibaut Pinot, e sopportano (a malapena) certo campionismo.
Il pugno a Eddy Merckx, nel 1975, il suo ultimissimo dì (delle 96 volte) in giallo, alla vigilia del colpo di Bernard Thevenet.
Non si va lassù dal 1988, quando un danese, Johnny Weltz (c’erano già i nordici..), staccò un tedesco, Rolf Golz, che era un campione..
Qualche ora prima, nel Tour femminile che precedeva quello dei fusti, Maria Canins (la nostra Annemiek Van Vleuten) aveva bissato il successo del 1986, staccando l’arcirivale Jeannie Longo.
Puy de Dome inaugurato dal più grande atleta italiano di sempre.
Era il 1952 e Fausto Coppi quella Grande Boucle la ipotecò (chiuse) già all’undicesima tappa, la Bourg d’Oisans-Sestriere.
Quel 17 luglio c’era il compleanno di Gino Bartali da festeggiare (il 18).
Le (due) nazionali azzurre corsero per l’Uomo di Ferro, a poche ore dalle 38 primavere.
Sul Col de Dyane, Bartali se ne andò con Raphael Geminiani, che è di Clermont Ferrand, Jan Nolten, Jacques Marinelli e Gilbert Bauvin.
All’attacco del Puy de Dome, quelli davanti non distanti, uno scatto di Jean Robic innervosì Coppi che lo seguì.
A 2 chilometri dallo striscione, centomila persone sulla lingua di bitume, Alfredo Binda avvisò Coppi dell’assolo di Nolten, con un Bartali così così.
Il Campionissimo cominciò la progressione: passò Gino, poi Gem, a 200 metri doppiò l’olandese.
Negli scritti di Mario Fossati, per Binda, il Coppi più forte mai ammirato.
A La Font de l’Arbre fanno 30 gradi all’ombra, col vento alle spalle e 47 di media dei fuggitivi, le due corse in una sono obbligatorie.
Il quarto d’ora tra avamposto e plotone lo testimonia.
Matteo Jorgenson, 24 anni, californiano, Capitan Futuro a stelle e strisce, ai 48 saluta i compagni d’avventura.
Michael Woods, garagista provetto, rimasto a quasi 2 minuti, ritorna sotto col 39 per 29, en danseuse.
Ai 450 metri, salta Jorgenson (“Non sapevo i distacchi, quando Woods mi ha sorpassato, mi sono spaventato un po’. Sentivo la catena della sua bici..”), in uno scenario da novella di Simon Stalenhag.
Mike ha quasi 37 anni, ex mezzofondista che, da junior, fu oro ai Giochi Panamericani (2005) nei 1500.
Alla bicicletta si dedicò, per caso, dopo l’ennesima frattura da stress a un piede.
Quelli della Generale, nella bolgia (un altro milione..), menano solo quando scorgono l’osservatorio.
Keldermann accelera (cattivo) ai 4 e mezzo e consegna il cerino (acceso) a Kuss e altri sei.
Mollano Hindley e Adam Yates, il gemello Simon fa l’andatura.
A uno e mezzo, nel silenzio, col solleone in faccia, Pogacar ci prova.
Vingegaard, sulla scalinata al 14 per cento, perde qualcosa.
8 secondi, a favore dello sloveno, sul Massiccio Centrale.
Per i cultori del garagismo: i distacchi, su queste pendenze, sono sempre mignon rispetto all’estetica del gesto (estremo) del campione che caracolla a 12 all’ora.
Simon Yates a 51″ da Taddeo, la coppia Ineos Pidcock e Rodriguez, l’altro Yates a 1’07”, Hindley a 1’14”.
Abbiamo capito che si prospetta un 1964 o un 1989.
Il primo riposo, benedetto, certifica un Tour con 17 secondi di scarto tra Vingegaard e Pogacar.


14 luglio, Grand Colombier

La Fete de juillet, le 14 Juillet, è ancora più festa.
L’approccio alle Alpi è sulla Grand Colombier.
Una sorta di nuova Alpe d’Huez cercata e trovata da ASO, con quella terrazza – fino a metà salita – che fa, coi tornantini panoramici, così tanto stadio naturale a portata di elicotteri e smartphone.

“La televisiun la g’ha forsa de leun / La televisiun la g’ha paura de nisun”

Il pubblico, bermuda, alcol, allegria ed esibizionismo, migliaia e migliaia di indiani urlanti, quasi minacciosi (con quelle bandiere a una spanna da ruote e moltipliche) per i corridori stessi.
Sul Mediterraneo si è steso l’anticiclone africano, le borracce versate in testa e i cubetti di ghiaccio nel collo sono nel menu: coi 25 (26) gradi agli 850 hPa (i 1600 metri), prevediamo bambole vecchio stile.
Le cartucce, con l’Africa in giardino tra l’oleandro e il baobab, e un fine settimana così arcigno, si devono centellinare.
Prima ora ai 52 km/h, oggi comanda l’UAE Emirates, con la Jumbo-Visma a osservare, mentre Michal Kwiatkowski (dei coraggiosi di giornata) dimostra ai compagni di fuga l’idea, biologica, di chi è (nato) campione.
Lascia sfogare i pollastri e poi li lascia lì, di ritmo.
Secondo, l’ultimo a non essere travolto dai migliori che si randellano, Maxim Van Gils, fiammingo, 23 anni: segnatevi il nome.
Perché, nel pandemonio, Pogacar aspetta i 500 metri per la legnata, col 53.
Altri 8 secondi (grazie all’abbuono) scippati a Vingegaard.
Poco sotto, Tom Pidcock e Jai Hindley.
Gli altri sembrano già al dessert.
Nelle stesse ore, allo storico Giro della Valle d’Aosta (under 23), la Saint Vincent-Bionaz.
Identico il chilometraggio (138 km).
Vieni avanti Unipuerto..


15 luglio, Morzine

152 chilometri, quattro salitelle prima dell’uno-due Col de la Ramaz, Col de Joux Plane.
Epilogo classico, dopo la picchiata, una polaroid anni Ottanta: l’amarcord di fusti come Peter Winnen, Jacques Michaud, Angel Arroyo.
Dopo la partenza, una nuvoletta fantozziana fa piovere per dieci minuti.
Si cade subito e male (e quando mai si casca bene?).
Louis Mentjes (tredicesimo in classifica) si rompe la clavicola.
Antonio Pedrero sale in ambulanza, Adrian Petit si rialza sanguinante.
Nella discesa del Col de Saxel, Romain Bardet e James Shaw a terra: Tour finito per entrambi.
Quel che rimane del gruppo, la mancia, è stanco e nervoso.
I calabroni non lasciano spazio agli avventurieri: il trenino Jumbo-Visma lavora ai fianchi.
Fanno il Team Sky anni Dieci: SRM, disciplina e strapotenza.
Sulla Ramaz, Wout Van Aert e Dylan van Baarle devastano il gruppettino maglia gialla.
TgWout fa (quasi) i 23 orari sui 13,9 km d’ascesa e prosegue la sportellata nel falsopiano.
Sullo Joux Plane, a sorpresa, Rafa Majka si mette davanti ai Keldermann e Kuss.
Col vantaggio tattico dell’UAE Emirates, dietro – a mezzo minuto (aveva cominciato il defaticamento..) – risale (richiamato dai suoi) Van Aert, che rilancia ancora.
Un numero da fumetto, un supereroe.
Quando TgWout si (ri) sposta, abbiamo l’aristocrazia del Tour ’23: Kuss (una Vespa della Piaggio) e Vingegaard, Yates e Pogacar, Carlos Rodriguez, Felix Gall e Hindley.
I sette samurai.
Kuss, in salita, è il miglior gregario del mondo e fa un ritmo infernale per 5 chilometri.
Ai 3 e mezzo, dopo un passaggio taxi di Yates, Pogacar scatta e prende – as usual – 25 metri a Vingegaard.
17-18 all’ora, nella baraonda, il pubblico impazzito, collegati con un elastico (invisibile) biancogiallo.
A 1,7 il danese torna sotto e i due, come fossero sprinter in un velodromo, si mettono a fare surplace.
Più duro, sui pedali, Jonas; più agile, seduto, Tadej.
Quando Pogacar riscatta, si ritrova contro – nel budello – le moto.
Con le motociclette del seguito – alla Grande Boucle – si potrebbe scrivere una novella.
Nel 1988, salendo l’Alpe d’Huez, Fabio Parra fu fermato dal castello dei fotografi.
Un motociclista misterioso, nel 1950, sul Col d’Aspin, in uno dei pomeriggi più neri nella storia della corsa, provò a far cadere Gino Bartali.
Moto e auto servono anche a farti vincere il Tour: nel 1948 Jean Robic, in vista di Parigi, fece un po’ di derny e si attaccò a una vettura.
Sullo Joux Plane, di forza, Vingegaard frega a Pogacar gli 8″ di “bonification”.
Nel risciàcquo, una salitella, tra moto, pubblico a strati (in strada, nei prati, sugli alberi..) al pari di una torta Saint’Honoré, Carlos Rodriguez e Adam Yates piombano sul dinamico duo.
Lo spagnolo coglie l’attimo (fuggente) e parte di rimessa nella discesa.
Back to back dei granatieri Ineos.
A 22 anni, Rodriguez ha il futuro e un contratto Movistar (da capitano) in tasca.
Gli iberici, tra lui e Juan Ayuso, hanno (di nuovo, dopo anni di crisi) materiale di prima qualità per i grandi giri.
Prospettive opposte, rispetto alla galleria buia (senza luci) azzurra.
A 5 secondi, Pogacar precede Vingegaard e si riprende 2″.
I conti della serva, nella vueltizzazione dell’evento, sono la norma.
Quarti e quinti, gli scudieri (Yates e Kuss).
Hindley e Gall a 1’46”. Pello Bilbao e Simon Yates a 3’19” (3’21”), il filosofo Guillaume Martin e Gaudu a quasi 6′.
La rimanenza arriva con la sveglia.
Due asterischi.
Siamo suiveur comunardi del Tour dal 1980: a spanne, mai vista così tanta gente sulle strade.
Lo sport pop si misura da questi particolari, dalla passione, non dagli ascolti e dai like.
Il danesotto e lo sloveno sono quasi prosciugati (muscolarmente: paiono trasparenti nella magrezza) da questa riedizione di Freddie Spencer vs Kenny Roberts 1985, senza motore.
Il secondo riposo, necessario, registra i 10 secondi tra Vingegaard e Pogacar.


18 luglio, Combloux

Dei 6 giorni del Condor rimasti, bastano i primi due?
I (soli) 22 chilometri a cronometro di questo Tour, per una giustizia divina, potrebbero spostare più delle dozzine di rampe affrontate.
Non che sia una crono standard, per specialisti, ma un Memorial Nencini ambientato sotto il Monte Bianco, invece che sul Passo della Futa.
Il primo dente, dopo la partenza da Passy, la Cote de la Cascade de Coeur (1300 metri all’8,5 %) non permette di registrare (subito) il ritmo.
Alla fine del tratto per passisti, la Cote de Domancy, luogo leggendario del Mondiale 1980.
La salitella dove Bernard Hinault demolì gli avversari e creò la sindrome di Sallanches.
Quella dei cittì che, a ogni perlustrazione del tracciato iridato, sopravvalutano la durezza del percorso: vedono Domancy e il Tasso, alla fine di un cavalcavia.
Giuseppe Ambrosini definiva la crono, “la prova della verità”.
Chissà cosa avrebbe detto dei fessi che ne chiedono l’abolizione: della specialità tecnica chiave dello stradista moderno.
La cronometro misura le basi dell’atleta ciclista: nel tic toc c’è tutta la disciplina.
Manca solo la musica di John Barry quando, alle 16 58 di un’altra giornata torrida, parte Tadej Pogacar (58 e 44 davanti, 34 e 11 dietro).
Alle 17, Jonas Vingegaard (56 e 43 le moltipliche grandi, 33 e 10 le coroncine).
Attenti a quei due.
La differenza tra i duellanti e il resto del mondo è la stessa che separa il danese dallo sloveno.
Vingo aggredisce le curve, cattivissimo, riconosce il tracciato come a una simulazione della Formula 1.
Pogi, con l’herpes alle labbra, improvvisa una pedalata prima agile poi più dura, cambia bici ai piedi della Cote de Domancy.
Niente pit-stop per la maglia gialla che, con 31″ di vantaggio su Taddeo, all’attacco della salita clou – sempre in spinta – decolla.
1’05” all’intermedio in cima: se avessero potuto disegnare, alla Jumbo o all’Università Innland di Lillehammer, una gara per le caratteristiche fisiologiche di Vingegaard non avrebbero potuto far meglio.
Nei calcoli (approssimativi) di robosport sono 13’20” a 7,3 (7,45?) w/kg medi.
Il Pescatore, da lontano, vede il corteo delle auto di Pogacar.
41 e 2 di media per il Calimero giallo che – nei 22 km – non ha bevuto un sorso d’acqua.
Pogacar prende Rodriguez, partito 2′ prima, Vingegaard si prende il Tour de France 2023.
1’38” sul capitano UAE Emirates, 2’51” a Van Aert, Bilbao e i gemelli Yates salvano la pellaccia, gli altri prendono una batosta.
La Generale presenta una faglia post terremoto.
Pogacar a 1’48”, il suo coequiper Yates a 8’52”, Rodriguez a 8’57”, Hindley (calante) a 11’15”.
Titoli di coda.


19 luglio, Courchevel

La Saint Gervais-Courchevel è la cosa più simile – in questo Tour – a un “tappone”.
5420 metri di dislivello, Col de Saisies e Cormet de Roselend prima del Tourannosauro-Rex.
Il Col de la Loze è un mostro alpino: lunghissimo, spossante, sullo stradone della stazione sciistica.
Col plus di 5 chilometri di impennata, che piace tanto ad Amaury, farebbero 28 chilometri di ascesa ai 2304 metri d’altitudine.
Una vertigine tra rocce e stambecchi.

“I sax spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga..”

Si mena di brutto, nella fuga davanti con dentro Bilbao, Simon Yates, Gall, Gaudu.
Nel vallone di Moutiers, 31 gradi, i visi raccontano la sceneggiatura: Vingegaard pare su una cyclette, Pogacar è più bianco della sua maglia (bianca). E’ pure caduto dopo lo start.
Dopo Meribel, a 15 km da Courchevel, lo sloveno rompe (come i cavalli di razza nel trotto) e va alla deriva.
All’incipit del muro (..), portato sotto da Tiesj Benoot e Kuss, il danesotto comincia la seconda cronoscalata in due giorni.
Salta – piano piano (sigh) – le briciole della fuga. Non è lo stesso della Cote di Domancy: è al limite anche lui.
Sulla Loze c’è un tratto al 24 per cento, vanno su – tra due muretti di spettatori – al rallentatore. Un sentiero per capre, asfaltato.
In un tornantaccio, l’entrata di un garage, la moto (in panne) di Thomas Voeckler (commissario della nazionale bleus) tappa il trenino della maglia gialla. Un gran casino.
Davanti, Felix Gall fa Beat Breu 1982: uno scatto e va via (all’arrivo).
Perché sulla Loze ci si stacca di sola inerzia, per sfinimento: Simon Yates lo rincorre, lo vede, lo bracca, ma non lo prende mai. Willy il Coyote coi colori del Team Jayco.
L’ultimo mezzo chilometro, al 17 per cento, dopo la discesa strapiombo all’aliporto, è un Gòlgota da pedalare col 29-30 per non farla a piedi.
Il garagismo è sinonimo di sadismo.
Terzo Bilbao, che scala (..) la classifica come Yates, a 1’38”.
Quarto Vingegaard (confuso e felice) a 1’52”.
Quinto Formichina Gaudu a 2’09”.
Sesto il sempre più convincente, e convinto, Johannessen.
Hindley, dodicesimo, col serbatoio in riserva, a 4’25”. Rodriguez, coi denti sul manubrio, a 4’54”.
Marc Soler trascina, aspetta, un Pogacar avvilito (ventiduesimo a 7’37”) accolto – e consolato – da tutta la truppa UAE Emirates.
Tadej ci ha messo 1’10” a percorrere gli ultimi 200 metri. La cara vecchia fringale.
Una tappa e un epilogo brutali, che segnano la pelle – traslucida – e le ossa – sporgenti – degli atleti, con le difese immunitarie calanti.
Vedendo la “rete”, i passistoni, gli sprinter, che arrivano ai 6-7 all’ora ci chiediamo se infliggere questa sofferenza (gratuita) sia (ancora) lecito nel 2023.
Bignami tecnico della fiera?
E’ stato un 1989, non nello psicodramma degli 8 secondi tra i duellanti, ma nella carne della performance.
Laurent Fignon quella volta meritava, molto più di Pogacar, lo scalpo giallo (per completare il double).
Greg LeMond fu fortunello (quasi casuale), Vingegaard no di sicuro.
La sostanza è però la stessa: con la fantasia, l’improvvisazione, la classe, il Tour – se hai corso tutta la stagione per vincere – puoi anche perderlo, se trovi uno con la tua cilindrata che lo programma da mesi.


21 luglio, Poligny

La giostra impazzita dura per tutti i 178 chilometri, che attraversano il verdissimo Giura.
La Moirans en Montagne-Poligny si potrebbe spiegare così: vanno in fuga, a 49 orari di media, 3 titoli mondiali su strada, uno olimpico di MTB, 3 Milano-Sanremo, 4 Ronde, una Parigi-Roubaix, 4 Strade Bianche, un record dell’ora, ecc.
Tale è la qualità dei protagonisti che si rincorrono sulle montagne russe: il surfista van der Poel, Jesper Philipsen (con un Vigorelli di vantaggio, il miglior velocista del mondo e anche il più pericoloso..), Mads Pedersen (una locomotiva), Alaphilippe, Alberto Bettiol, Pidcock, cavallopazzo Victor Campenaerts, Matteo Trentin, Dylan Groenewegen, ecc.
Nils Politt, corazziere da pietre, spezza la catena della bici e rimane là, a bordo strada, mentre il servizio Shimano gli passa biciclettine da allievo.
Si isolano, uscendo come levrieri sulla Cote de Ivory, tre big: Kasper Asgreen (che ha vinto ieri a Bourg en Bresse), Matej Mohoric e Ben O’Connor.
E vanno al traguardo, filando come motorini, a dispetto della rincorsa (disperata) di ciò che resta (va) dei 37 mutanti in fuga.
O’Connor, il meno veloce, ci prova in contropiede e finisce per tirare lo sprint ai due classicomani.
Asgreen, che ha di nuovo la gambona della primavera 2021, pare farcela (potentissimo) ma sbaglia un dettaglio (cruciale): non esegue il colpo di reni col tempismo, musicale, di Mohoric.
Che vince per qualche centimetro.
E’ la terza vittoria della Bahrain e le lacrime dello sloveno sono tutte per Gino Mader, che un mese fa (il 17 giugno) andava oltre scendendo l’Albulapass.
Le parole di Mohoric, qualche minuto dopo la vittoria, qualche ora prima della morte di Jacopo Venzo (17 anni) al Giro dell’Alta Austria, esemplificano il motivo per il quale seguiamo il ciclismo e i ciclisti.
“Ad un certo punto mi sono sentito quasi in colpa per Ben O’Connor, che sapevo non aveva possibilità in volata, ma anche lui voleva giocarsela pur sapendo che avrebbe probabilmente perso.. Tutti oggi meriterebbero di vincere una tappa, ho visto le facce nel gruppetto della Loze, so cosa hanno affrontato e vorrei che tutti potessero vincere una tappa perché so come può cambiarti la vita. Purtroppo non è possibile ed è per questo che è così crudele.”
Per la cronaca, il plotone della maglia gialla – che ai meno 50, dal ponte ha sventolato bandiera bianca – è arrivato quasi con un quarto d’ora (13’43”).
Tre minuti più in là, a 16’45”, il gruppetto (di 46 elementi) di quelli che hanno forato le gambe.
Parigi val bene una messa (o una Dakar fatta in bici).

23 luglio, Parigi

Il successo di questo Tour, mediatico, televisivo, popolare, dovrà essere gestito (al meglio) da Amaury.
Che, avendo fagocitato (politicamente) l’UCI, deve avere una visione lungimirante del giochino (e degli eventi satellite).
Farebbe bene al Tour stesso, non cannibalizzare il resto del ciclismo.
Il 6 agosto, la ventiduesima tappa del Tour: il Mondiale su strada a Glasgow.
Una propaggine, un’estensione (del calendario) come la prova in linea delle prossime Olimpiadi: la Grande Boucle terminerà (eccezionalmente) a Nizza e Parigi 2024 verrà inaugurata il 4 agosto da un’altra ventiduesima tappa.
Montmartre, Vincennes, la Torre Eiffel, i Campi Elisi.
Scatto matto in mondovisione.
Per il movimento italiano (ormai retroguardia) era mille volte meglio, come presidente dell’UCI, Brian Cookson.
Ma la FCI nel 2017, per saltare sul carro del vincitore (annunciato), appoggiò David Lappartient.
I risultati della fotta sono evidenti.
Giulio Ciccone, vestito con la maglia della Pimpa con lo sfondo dell’Arc de triomphe, ha fatto il massimo possibile, viste le gambe (e l’avvicinamento alla Grande Boucle) e la concorrenza.
Fa il Bernard Vallet ’82: vince il Gran Premio della Montagna, senza essere tra i primi dieci (quindici) scalatori nel gruppo.
C’erano 7 corridori italiani alla partenza, dai Paesi Baschi, nel 1983 erano 6 (e solo Alfio Vandi arrivò a Parigi) della Metauromobili di Mauro Battaglin.
Quest’anno non ci sono direttori sportivi e, con la defezione della Segafredo, nemmeno sponsor italiani.
Quando scrivemmo “In fuga dagli sceriffi”, raccontavamo gli anni Ottanta per indicare il futuro (del ciclismo): che doveva staccarsi dal macchinario cyberpunk dei Novanta, di Epolandia, e riprendere dalle origini della mondializzazione e dell’approccio multidisciplinare.
E’ avvenuto, in Francia, in Belgio, nei Paesi Bassi, in Gran Bretagna, in Australia, tranne che nello Stivale.
C’è un filo rosso (vergogna) che lega il declino del ciclismo tricolore su strada (che è la prima, seconda, terza pagina di questo sport), in essere da almeno quindici anni, alla decadenza del Bel Paese, occupato dai godoari.
Non vediamo tappisti da Tour, italiani, nel prossimo lustro (e oltre).
I federali, un sistema vecchio mai rinnovato, i genitori (che vanno a prendere a scuola il figlio col SUV, parcheggiando in terza fila ma – se potessero – entrerebbero in classe con l’auto..), la cattivissima stampa, Pantanology, un’incapacità (imbarazzante) di raccontare la modernità della bici.
In Italia non esiste (più) la cultura sportiva e il ciclismo è la primissima vittima.
Non basta solamente prendersela col foglio rosa, l’organizzatore del Giro, che spara paginate di calciomercato della Serie A (economicamente fallita), per attrarre il tifoso (cliente, guardone) come una mosca sulla merda di cane, se il livello giornalistico pure su Wimbledon o il Golden Gala è pornografico.
L’anno prossimo, un segno beffardo del Tempo, la Grande Boucle partirà proprio dall’Italia.
Un’occasione sprecata, tranne che per gli uffici turistici e i profeti dell’ovvio, in attesa di paragonare (imbarazzati) Parigi 2024, che si annuncia un colossal, e Milano-Cortina 2026.

“Il Tour ha uno spessore culturale che il Giro non può avere, e questo per la semplice ragione che la Francia ha più spessore culturale dell’Italia..
Il campione ciclista si sente, in Francia, accompagnato dall’attenzione di scrittori, artisti, e guardato non come animale raro, ma come produttore di cultura oltre che di sudore.
Il prossimo Tour de France forse partirà da New York, e vedrete che porterà laggiù anche cultura francese.
Il prossimo Giro d’Italia probabilmente userà una grossa nave, per un trasferimento sensazionale, e vedrete che sparpaglierà per i mari soprattutto sacchi di plastica.
In Francia le città grandi, Parigi su tutte, vogliono il Tour con amore, da noi Roma fattura milioni a Torriani per aver rimosso quattro paracarri in occasione del passaggio della corsa.”
(Gian Paolo Ormezzano, 1983)