
Non accadeva da un Tempo quasi infinito: cinquantatre anni.
Da queste parti, Italy, futura Spaghetti League, studiavamo le foto a colori, bellissime, di Sport Illustrated.
Manco fossero quelle del Playmen che ci nascondeva il babbo.
L’NBA in tivù sarebbe arrivata, alla chetichella, sette anni dopo.
L’anello ai Knicks, il terzo, un home run esaltante, con la pallina che finisce fuori dallo stadio, l’abbiamo accolto – in diretta – come un momentum.
Ascolti a palla, roba da Bulls-Jazz 1998, che tornerà in questa storia: milioni di persone per strada, nei pub, nei teatri, a New York, a festeggiare.
Un can can mediatico, una febbre della palla con estro, con pochi eguali nell’era moderna.
Perché la Grande Mela, al pari della sola Manila (ebbene sì), è la megalopoli che più vive, respira, si identifica, con il basket.
Un amore totale, folle, corrisposto e troppe volte frustrante.
Chiedete a Spike Lee, abbonato dal 1985, che per quella sedia in prima fila spende – senza fiatare, felice come un bambino – più di 300000 dollari all’anno.
Se un banner al Madison Square Garden è una miniera d’oro, per una lega che permette a otto franchigie diverse di fila di issarlo, la corsa dei Knicks ’26 è un Picasso trovato in un mercato delle pulci.
“I wanna wake up in that city that doesn’t sleep / And find I’m king of the hill, top of the list, you bet / And I’m the right, king of the heap.”
(Frank Sinatra)
Era il giugno 1946, Max Kase e Walter A. Brown e un gruppo di altri diciassette si riunirono al Commodore Hotel di New York per fondare la BAA.
Ned Irish, uno dei diciannove, presidente del Madison Square Garden, batté Kase nell’assegnazione della squadra a New York.
Mise sul piatto più soldi.
Il nick venne fuori da un cappello, nel quale i membri del suo staff infilarono un pezzo di carta col nome proposto.
Knickerbocker era il soprannome dei primi coloni olandesi.
Lo testimoniò Washington Irving nella “Storia di New York”.
Knickerbocker erano il tessuto e i pantaloni (a zuava) indossati dagli abitanti della Nuova Amsterdam.
Gli indiani Lenape vendettero quelle terre per 60 fiorini, nel 1625.
La chiamavano Manahachtanienk, che suonava come “Mana-hatta”: quell’isola allora divenne Manhattan.
I Knicks, coi colori olandesi, fanno parte delle Original Eight che edificarono l’NBA.
Che si chiamò così nel 1949, dopo la fusione della BAA con l’NBL.
Boston Celtics e Knicks sono le due entità sopravvissute al logorio (..) della pallacanestro pro.
Che, nella prima metà degli anni ’50, era ancora quella dei cagers, dell’abiura agli afroamericani, di un gioco senza shot clock che rappresentava l’antipasto di qualcosa d’altro.
Il torneo NIT, il concerto di un crooner, il circo con gli elefanti, una partita di hockey, un incontro di pugilato.
Irish, ambizioso, strappò alla St John’s Joe Lapchick, uno degli allenatori più importanti del college.
Il Commodore costruito – nel 1919 – dal magnate Cornelius Vanderbilt sarebbe fallito nel 1977: all’alba degli anni ’80, la struttura fu rilevata da una catena di alberghi di lusso, la Hyatt.
Nell’operazione, un socio figlio di papà, tale Donald Trump.

Alla vernice, il Madison i Knicks lo vedevano col binocolo.
La sede classica dei match casalinghi fu, per un po’, 69th Regiment Armory, 5000 spettatori.
Dopo la fondazione (tecnica) di Lapchick, gli anni di Carl Brown, Harry Gallatin, Connie Simmons, delle tre Finals perse, Irish stravolse (distrusse?) il giocattolo.
Nel 1964, Eddie Donovan esordì come GM scegliendo, al secondo giro, un certo Willis Reed.
Nel 1965, il pick congelato – poiché studente a Oxford – di Bill Bradley.
Nel 1966, Cazzie Russell da Michigan, nel 1967, Walt Frazier da Southern Illinois.
Inserendo tramite scambi Dick Barnett e Walt Bellamy, lo squadrone era in nuce.
Bells fu l’unica alternativa al duopolio regale di Bill Russell e Wilt Chamberlain.
Bello e impossibile, un’iradiddio nelle serate giuste, abulico nei dì di luna calante.
Un enigma travestito da big man.
Barnett era complementare con Clyde: silenzioso, jumper DOC e difesa competente.
I Knicks dinastici sorsero da tre avvenimenti.
Il 19 dicembre 1968 Donovan spedì Bellamy (e Howard Komives) ai Detroit Pistons per Dave DeBusschere.
Via un All Star, dentro un vincente, un catalizzatore, il 4 che permise a Reed di ritornare centro.
Il 21 gennaio 1969 Russell, che viaggiava a 18 punti di media, si ruppe la caviglia destra.
L’infortunio di Cazzie rese titolare Bradley e fece scalare, dalla panca, Mike Riordan.
New York aveva trovato il quintetto base dell’anello 1970 e il panchinaro cagnaccio per antonomasia.
La stagione del titolo i (nuovi) Knicks la iniziarono con una striscia di 18 vittorie, dal 24 ottobre ’69 (a Detroit) al 29 novembre (contro gli stessi Pistons, al Garden).
Vinsero 23 delle prime 24 alzate.

Quel team iconico fu plasmato da Red Holzman: uno che, per visione della palla con estro, aveva il dono.
Quella New York condivideva l’arancia, tendeva all’essenzialità.
Un passing game senza fronzoli.
Per Holzman i grandi giocatori non erano quelli che segnavano (più punti), ma quelli che miglioravano la prestazione dei compagni.
Il mattone portante, l’anima, fu Willis Reed: 5 “piccolo” ma rotondissimo, manona mancina educata, tagliafuori e blocchi punitivi e una cazzimma senza fine.
Era, sul serio, The Captain.
Le ali, un professore del tiro frontale e del pitturato, DeBusschere, e il Senatore Bradley, straniero della Simmenthal Milano che vinse la prima Coppa dei Campioni italiana, il collante.
C’erano Cazzie Russell, il reverendo solista dell’uno contro uno, il j e la de-fen-se di Dick Barnett, il cuore matto di Dave Stallworth e la classe operaia (che va in Paradiso) di Mike Riordan.
L’asse play-pivot fu completato da Walt Frazier, il primo fuoriclasse go-to-guy (dei tre) di questo bignami.
CLYDE

Figlio del Sud meno da cartolina, quello della segregazione, Frazier imparò l’arte cestistica in un campetto di Atlanta.
Talento anche nel football, scelse il basket perché – ai tempi – l’NFL non prevedeva (..) quarterback afroamericani.
Col senno di poi parve un disegno divino, al torneo NIT 1967, quando guidò Southern Illinois al trionfo, in finale, nel (vecchio) Madison.
Sarebbe diventato, da lì a poco, il mattatore di quei Knicks.
Walt portò un pezzo di blaxplotation nel contesto: divenne Clyde indossando la borsalina come Warren Beatty in “Bonnie e Clyde”.
Era “Super Fly”, con quei vestiti.
Point guard modernissima, alta, poderosa per quel Tempo.
Generale sul parquet, se l’immaginario delle Finals 1970 fu quello di captain Reed, infortunato, che in gara7 partì (eroico) in quintetto, Frazier contro i Lakers fece pentole e coperchi.
36 punti (12 su 17 dal campo, 12 su 12 ai liberi), 7 rimbalzi, 19 assist e 5 recuperi.
Clyde seppe gestire la rivalità con Russell, la coabitazione con Earl Monroe – il Rolls Royce Backcourt.
Quando nel 1977 venne mandato a Cleveland per Jim Cleamons (!) fu un attentato di lesa maestà: per lui e i tifosi, la fine (mesta) di una festa e di un’epoca.
New York in quegli anni era sporca, pericolosa, criminale, caotica.
Era anche l’aleph della creatività umana.
Arte, musiche, film, Broadway, teatro off, politica, pubblicità, droghe, sesso, finanza, moda.
Il mondo passava a New York, New York era (é) il mondo.
I Knicks dei primi anni ’70 furono un prodotto di moda, il lancio dell’NBA come calamita delle celebrità, delle stelle del cinema, della musica, dei politici.
Il prologo dell’NBA come fenomeno pop è con Clyde, The Captain, Pearl.
Nell’estate del 1972 lo zenit del gruppo di Red.
Earl Monroe giunse da Baltimora, per Riordan e Stallworth, e trovò subito un’intesa con Clyde.
Frazier dialogava con Black Jesus, il fromboliere che improvvisava al sax: una coppia con pochi eguali nella storia della lega.
Dal pino, l’eroe locale Dean Meminger a spaccare le contese.
Russell fu spedito agli Warriors e venne Jerry Lucas: declinante, ma un Maestro a rimbalzo e col set completo di ganci e assist, l’ala-pivot dei sogni per sopportare il ginocchio, sempre più ballerino, di Reed.
Il secondo anello arrivò battendo i Celtics al Boston Garden, prima volta di sempre in una gara7 in quel fortino, con 26 punti di Meminger.
Le Finals coi Lakers, un 4 a 1 senza molta suspence, furono quasi una formalità.
A Los Angeles, la baldoria negli spogliatoi del Forum, con imbucati Robert Redford e Dustin Hoffmann.
Quella notte, nessuno sapeva che sarebbero passati cinquantatre anni per alzare un altro stendardo..

Venne la notte, col Madison ancora pieno, e i Knicks iniziarono la traversata del deserto.
Michael Ray Richardson e Ray Williams, artisti drogati del parquet, accendevano (e spegnevano) luci e speranze.
Un potenziale non lontano dal Rolls Royce Backcourt, una capacità masochista di buttare nel cesso le promesse.
Soprattutto Sugar, playmaker e combo guard, era uno che valeva un Magic Johnson, un Michael Jordan.
Decise di prendere il largo, tra donnine, Studio 54 e cocaina.
Un quarto d’ora prima dello sbarco di Magic e Larry Bird, una storiaccia dietro l’altra, l’NBA pareva il Titanic a un passo dall’iceberg.
“La polizia di Salt Lake City mercoledì notte, alle 2 del mattino, ha arrestato nel suo appartamento Bernard King.
Una venticinquenne del posto ha telefonato alle forze dell’ordine, mentre King dormiva, denunciandolo per violenza carnale.
I poliziotti, appena entrati, non sono stati in grado di risvegliare il ventitreenne di Brooklyn e hanno chiamato i paramedici.
Portato in galera, è stato liberato nove ore più tardi.”
(Lakeland Ledger / 3 gennaio 1980)
BERNIE

Bernard King fece il liceo a Brooklyn, alla Fort Hamilton High School.
A Tennessee divenne All-American, portando i Volunteers a due NCAA Tournament.
Grunfeld e King, l’Ernie and Bernie Show, insieme segnavano quasi 50 punti di media.
Farne 24 a partita, da matricola ai New Jersey Nets, fu semplice: quando arrivò nella lega, King era già immarcabile.
Fuori dal basket, un casino dietro l’altro.
Nessuno dei suoi genitori ha mai presenziato a una delle sue partite liceali, la madre – con lui, da piccolo – era violenta.
Un passato di soprusi della famiglia, un vissuto di esplosioni di violenza sulle donne.
Dopo i fatti nello Utah, la sospensione e la clinica di disintossicazione in California, a Santa Monica.
Sosta a Golden State, terza destinazione in quattro anni: una sera a Oakland contro i Sixers ne fece 50, 20 su 25 dal campo, in faccia a Julius Erving.
Quando Warriors e Knicks scambiarono le loro star, King e Sugar Richardson, si disse che era la trade tra un (ex) alcolizzato e un cocainomane.
“Un goccetto?” gli urlò uno spettatore dagli spalti.
King era ossessivo nell’allenamento: aveva identificato 22 punti, all’interno dei 5 metri e mezzo dal canestro, dove ripetere i suoi movimenti.
Da ala di post up da un solo lato, quello sinistro, col giro e tiro, lavorò sul fade away e sulla parte destra aggiunse le stesse movenze.
Sviluppò un tiro di tocco che non era un gancio, un jumper, uno a due mani, ma una combinazione dei tre.
Usava il tallone a mo’ di perno, non le dita dei piedi, per puntare il ferro.
Palleggiava poco per liberarsi della difesa: “Uno o due palleggi mi mettono in ritmo, tre me lo tolgono.”
Disse Red Auerbach di Bernie: “E’ il rilascio velocissimo della palla che lo rende così devastante.”
Un martello, straordinario per efficienza.
53.5 % dal campo, nel decennio, e il 26.7 % di possesso.
Quella qualità veniva esaltata nel clutch: la maschera feroce, cattiva, di uno che non rideva mai.
Aspettava la palla mettendo il gomito in direzione del collo del marcatore, lo sbilanciava e – in un attimo – riceveva e tirava (non usando il tabellone).
Il rilascio – fulmineo e soffice – cominciava con le ginocchia, abbassate, in fase ancora ascendente.
Una macchina da canestri (e liberi).

Bernie tornò a casa e trovò Hubie Brown: l’allenatore, geniale, che costruì il combo sulle sue doti.
New York, al netto di Bernard, era poca roba: Bill Cartwright, l’ultima versione decente di Ray Williams, Louis Orr (pesava sì e no 70 chili..), quel cerbero di Darrell Walker, una guardia dinamo sprovvista di un tiro in sospensione.
In quel sistema, King era all’apice assoluto.
Nella trasferta texana del 31 gennaio e 1 febbraio 1984, in due serate consecutive, realizzò 100 punti con uno stupefacente 40 su 58 (69 %).
50 agli Spurs, 50 ai Mavs, 28 punti equamente distribuiti nell’ultimo quarto.
I Knicks arrivarono alla bella del primo turno dei playoffs, gara5, con Bernie a 43 di media nelle ultime tre.
I Pistons giocavano alla Joe Louis Arena: 49 gradi all’interno dell’impianto, gigantesco, Bernard aveva qualche linea di febbre e le dita medie di entrambe le mani infortunate.
Contro il caldo, il dolore, Detroit e con la benzina della rabbia, un fuoco disperato, ad alimentare quel repertorio tecnico.
Ne fece 44 quando, a 94 secondi dalla sirena, Isiah Thomas entrò nella stessa dimensione di King.
16 punti per portare la sfida, uno psicodramma, ai supplementari.
Il ritorno dei Pistons fu spento dal Re: se rimarrà un poster la schiacciata a due mani su rimbalzo offensivo, fu il turn around jump shot (con due addosso), dagli angoli, a chiudere le danze.
I Celtics, con l’arroganza dei campioni, dichiararono che King – contro di loro – il quarantello non l’avrebbe fatto.
Ci vollero 7 partite ai C’s per battere i Knicks.
Bernie ne scrisse 43 in gara4 e 44 in gara6.
Larry Bird dichiarò: “Non capisco come Bernard ci riesca. E’ nel traffico – con gli avversari che lo picchiano e si attaccano alle sue braccia – e comunque tira, non un tiro qualunque ma quello che vuole prendere perché può farlo. E’ il migliore marcatore che abbia visto o contro cui abbia giocato contro..”
Nell’estate ’84 si infortunarono Cartwright, Truck Robinson, Marvin Webster.
L’incubo si materializzò il 23 marzo 1985, a Kansas City: mentre tentava di stoppare Reggie Theus, King si rese conto – in aria – che quel rumore al ginocchio destro avrebbe potuto finire la sua carriera.
Rottura del legamento crociato anteriore, del menisco e frattura del condilo laterale del femore: quarant’anni fa, più che un referto medico, il funerale di un cestista pro.
Eppure Bernie ritornò due anni dopo, nella primavera 1987: sei contese coi Knicks in (perenne) ricostruzione.
L’arrivo di Rick Pitino, quei pattern difensivi, mise alla porta King che finì ai Bullets.
Una sera di gennaio del 1991, l’intero Madison assistette – ammirato – ai 49 punti della nemesi Bernard.
A fine incontro la folla cantava “Al must go”.
Al Bianchi era il general manager che volle Pitino e non rifirmò Bernie.
“A New York non mi sentii straniero. Cominciai a camminare per la strada quella stessa notte. Mi sembrò come se, in un’altra vita, ci fossi già stato.”
(Reinaldo Arenas)

La battuta, classica, è che la Statua della Libertà nell’Upper New York Bay abbia il braccio alzato, in post, e stia chiedendo palla.
Nel Bronx, a Brooklyn, a Staten Island, la palla con estro si respira per strada, nei playground, nelle palestre.
Negli anni ’70, i soli baller newyorchesi avrebbero dominato NBA o ABA con due o tre squadre diverse.
Connie Hawkins, The Hawk. Roger Brown, il Rajah, Julius Erving, Doctor J.
Il sommo Lew Alcindor, poi Kareem Abdul-Jabbar.
Billy Cunningham, l’ultimo Kangaroo Kid, da Brooklyn.
I fratelli McGuire, John, Al e Dick, da Rockaway.
Le leggende metropolitane dell’asfalto: Earl The Goat Manigault, Joe The Destroyer Hammond, Fly Williams.
Il Rucker Park, ad Harlem, il Flatbush di Brooklyn.
La Grande Mela sembra avere un patto, magico, con le point guard.
Bob Cousy dal Queens, il padrino della stirpe.
Tiny Archibald e Lenny Wilkens, Mark Jackson e Rod Strickland (il nostro preferito), Kenny Anderson e Stephon Marbury (“All alone, number 33, all alone”).
“The city game” di Peter Axthelm e “The basketball diaries” di Jim Carroll, libri diversissimi e paralleli, il film realtà “Soul in the Hole” (il crossover move di Booger Smith è gli anni ’90 quanto il flow di 2Pac Shakur).
La certezza che i Knicks non tradiranno la città come i Dodgers e i Giants.

In questa panoramica avrebbe potuto esserci (anche) il ritratto di Patrick Ewing.
Totem della Georgetown di John Thompson, primissima scelta 1985 e una pressione addosso da schiantare un toro, al 33 bianco blu e arancio mancò solo un anello per dare un senso (totale) a quindici anni di matrimonio.
Un altro Pat, Riley, gli cucì addosso una squadra di enforcer – Charles Oakley, Anthony Mason – e outsider – John Starks – e veterani – Glenn Rivers, Derek Harper.
Brutti, sporchi e cattivi, la vittima preferita dei Chicago Bulls dominanti di Michael Jordan, Phil Jackson (un ex..) e Scottie Pippen.
Ebbero l’occasione nel 1994, quando impattarono in Finals ad andamento lento contro gli Houston Rockets: Ewing fu avversario fiero di un Hakeem Olajuwon regale.
Non gli bastarono 30 stoppate e 87 rimbalzi in 7 partite per arrivare al banner.
La lotta nel fango fu lo standard di quei Knicks, pure quelli di Jeff Van Gundy che ereditò, dopo una parentesi soap opera di Don Nelson, dal boss Riley (soprannominato Pat the Rat dalla feroce stampa newyorchese) riparato in Florida.
E le risse con gli Heat, le scazzottate in diretta nazionale, l’ugly ball, saranno un leitmotiv di fine decennio.
Compreso il combo in missione del 1999, quando un tiro in entrata di Allan Houston sbancò la Miami Arena nella bella (vabbè, 78 a 77..) della miniserie.
Vendetta, tremenda vendetta.
Oltre lo scorer puro Houston, c’erano quel mascalzone (..) di Latrell Sprewell, l’uomo ragno Marcus Camby, l’ultimo Larry Johnson potabile (11 milioni a stagione: un salasso).
Ewing, una crudeltà, a causa di un tendine d’Achille compromesso, a metà finali della Eastern dovette alzare banidera bianca.
New York, eroica, nello showdown sbatté contro i San Antonio Spurs e Tim Duncan, irresistibile, al primo bandierone (dei cinque) dell’era del caraibico e di Greg Popovich.
Titoli di coda al 4 Pennsylvania Plaza: per un (bel) po’ si sganceranno dollari, tanti, per vedere gli altri più che i Knicks.
Per l’inizio del secolo facciamo fast forward.
Come le porte scorrevoli di un albergo extralusso, i Knicks perdono, firmano e scambiano giocatori, incassano montagne di soldi e continuano a perdere.
Carmelo Anthony, bello come il sole, Amar’e Stoudemire all’ultima fermata, il talento ignorante di J.R. Smith, il paisà Danilo Gallinari.
Una tonnara di dirigenti (Isiah Thomas, una saga, Donnie Walsh, un santo, Phil Jackson in ciabatte..), allenatori (Lenny Wilkens e Larry Brown al dessert, Mike D’Antoni confuso e infelice).
Di soli coach, dal 2001 al 2020, dopo Van Gundy e prima di Tom Thibodeau, ne passano tredici (!).
E’ l’MSG Sports, bellezza: un mostro a più teste, sport e (è) intrattenimento, con quel pirata (o pirla, fate voi) di James L. Dolan a fare e disfare.
Non un caso che, nel 2020, con Leon Rose – uno che è stato agente della crema NBA (LeBron James, Allen Iverson, Melo Anthony, Chris Paul..) – il famoso (fumoso) progetto approda a un’idea collettiva di gioco.
A edificarla il sergente di ferro Thibodeau, e Rose, ripartendo da zero.
Un’identità forte, una disciplina tattica, una rosa di giocatori sottovalutati, nessuna scelta alta.
La ciliegia sulla torta, la firma di una guardia di 1 e 88, figlio dell’ultimissimo uomo dalla panchina del ’99.
Il mosaico si compone, all’improvviso, generando almeno quattro mesi di trasfigurazione cestistica nel 2026.
Preceduti dalla scalata, senza bombole d’ossigeno, della banda Thibodeau: i garretti dolenti di Jalen Rose, un gigantesco “what if” nella storia recente, il corpaccione e la mano sinistra di Julius Randle, RJ Barrett.
Col pokerissimo calato sul banco di Jalen Brunson e OJ Anunoby, qualità e quantità, le ultime mosse spostano l’asse della Eastern Conference: nell’ottobre ’24 Karl Anthony Towns dai Wolves per Randle poi, a sorpresa ma non troppo, Mike Brown che rimpiazza Thibodeau.
E’ il giugno 2025, fa caldissimo, e nessuno immagina il futuro prossimo.
“Come see Jalen Brunson as he scores 38 against the Wizards: he’s not the kind of guy.”
(Bill Simmons)
“Jalen Brunson is very good, he’s not great. He’s not that guy, JB has to be a # 2. On a great team, a 3.”
(Colin Cowherd)
BIG BODY

Dal 2001, prima di Brunson, i Knicks avevano vinto una serie di playoffs.
Jay Wright, il suo allenatore a Villanova, vide la sua camera prima di reclutarlo, accompagnato da mamma Sandra: aveva alle pareti frasi motivazionali.
Da sophomore, dopo il primo scalpo NCAA, Wright consigliò il salto nell’NBA.
Babbo Rick gli rispose che non era ancora pronto in difesa, la madre che voleva vederlo laureato.
Jalen, dopo due titoli NCAA da leader, fu ignorato al primo giro del draft 2018 e scelto da Dallas alla 33.
Migliore marcatore nell’ultimo quarto nei playoffs 2020-2026: Jalen Brunson 580 punti. 62.3 % di True Shooting.
Migliore marcatore nell’ultimo quarto dei playoffs 2026: Jalen Brunson 148 punti in 15 gare.
Big Body è un compendio di footwork, palleggio estremo, movimento perpetuo, visione del canestro, dei suoi angoli, ferro e tabellone, dei compagni, timing.
Il Tempo che toglie alla difesa, lo dà a sé e ai suoi.
Giro e tiro dal post, floater dalla parabola altissima, mid-range.
Più il Wilson pesa, meglio é: cerca il canestro, la giugulare degli avversari, l’errore del difensore, il rumore e lo stupore del pubblico.
In un Barnum mediatico d’infotainment tossico (ESPN sucks), che intasa di hype i temi sportivi, Brunson non diverte come Steph Curry, non intrattiene: è metodico, non è ciò che l’NBA vende (va).

Brown, un altro sottovalutato, allarga le rotazioni (non che ci volesse molto..) e il campo.
Un bel macchinario di Spread Offense e D competente.
Anunoby è il comandante (silenzioso) di una difesa dove almeno in quattro, sul parquet, chiudono e raddoppiano su tutti.
Se persino Towns, un principe fronte e spalle a canestro, di là viene convinto a far scivolamenti e close out..
OG, un coltellone svizzero, Hart, all around metalmeccanico, la gazzella Bridges.
Dal pino Miles McBride il microonde, Mitchell Robinson il polipo, Landry Shamet.
I Novaknicks (!) lavorano ai fianchi le difese, tagliando, passando la palla, aspettando il tiro giusto.
Contro gli Spurs, a giugno, 18 secondi di media ad azione, che soffocano i cambi e gli aiuti – il funnelling – di un combo di mutanti.
Brown nelle Finals ha illustrato al (giovanissimo) collega Mitch Johnson la gestione, non solo tattica, delle partite.
Gara4 rimarrà un vertice (folle) del fascino del basket.
Una rimonta da 29 punti, il 32 a 16 nel quarto finale, il tip-in di OG, il pandemonio al Garden.
I Knicks, negli ultimi due anni di post season, sotto di 20 punti sono 5-3.
Il resto dell’NBA, 4-71.
Poi, a guidare la ciurma, c’è JB: colui che ha rinunciato a 113 milioni di dollari per inseguire (e realizzare) il sogno.
Il suo manifesto, laddove la stagione si indirizza verso la parata da Battery Park a City Hall, l’ultimo quarto e il supplementare di gara1 coi Cavs.
Meno 22 a 8 minuti, il Madison silente e 4 canestri 4 di Big Body da giocatore di biliardo: di tabella, arcobaleni in cielo, sopra le mani e le braccia tese, in trance agonistica.
Sulla gamba (sinistra) del rilascio, in equilibrio instabile.
Nate Archibald più Kyrie Irving (o Rod Strickland) ma in un flusso di coscienza tutto suo.
Quei 45 punti a San Antonio in gara5, con un economico 14 su 27, che eguagliano il Jordan più jordanesco (gara6 a Salt Lake City, 1998), il suggello.
Vincere coi New York Knicks è un’altra cosa.
I milioni di persone in strada, la notte tra il 13 e 14 giugno, The World’s Most Famous Arena, una base di fan fedelissimi.
Un senso di appartenenza sedimentato da decenni di storie, di partite, di vittorie e sconfitte.
Perché New York, senza la pallacanestro non sarebbe New York.
“Swish!”
“Starlight open wide, starlight open up your door / This is New York calling with movies on the street / Movies with real people, what you get is what you see.”
(Lou Reed, John Cale)
