LARRY LEGEND (E DAVID SKYWALKER)

LARRY BIRD

In ogni discussione, divertente quanto inutile, sul GOAT, che è come il Mostro di Loch Ness (non esiste!), Larry Joe Bird dovrebbe essere sempre incluso.

Apice assoluto, tecnico e agonistico, della palla con estro di uno Stato – l’Indiana – che vive per la pallacanestro.

Da French Lick sino all’Hall of Fame, giocando con la passione degli ultimi, dei poveri, e il genio degli eletti: vedendolo, con la 33 verde addosso, si intuiva tutto.

Le migliaia di ore spese sul campetto, il babbo alcolista (e suicida), la fuga dal campus di Indiana, l’impiego come spazzino e la cavalcata con Indiana State nel Torneo NCAA 1979.

Epitome evolutiva dell’ala piccola, col corpo di un’ala forte e il raggio di tiro di una guardia.

Al di là dello stereotipo – sul bianco che non salta – mani fortissime, che strappavano (a rimbalzo) la palla agli altri, e un QI cestistico clamoroso.

Dei non centri, il miglior passatore in fase statica mai ammirato: la passava nei pertugi più improbabili e con tempi impensabili (per gli altri).

In attacco è stato forse l’unico a fare tutto e al meglio: dopo lui, solo LeBron James con quella versatilità.

Ma il Prescelto non vincerà tre titoli al Three-Point Shootout dell’All Star Game…

Il Bird migliore si conclude con l’operazione ai talloni – nell’autunno del 1988 – per rimuovere sperono ossei, conseguenza di uno stile di gioco senza risparmio.

Prima del declino fisico, l’apogeo sta nei 60 punti assurdi, nel 1985, a New Orleans contro gli Hawks (coi panchinari di Atlanta che si davano il cinque..), la serie finale con Houston (1986) dominata come un puparo (Bird stesso confessò che avrebbe dovuto ritirarsi dopo quella stagione: impossibile far meglio), e un tour occidentale nell’88 affastellando una prodezza sull’altra.

Che segnasse sulla sirena, con tre avversari addosso, il canestro della vittoria o si imponesse di tirare solo con la sinistra, l’arroganza magnifica di questo trashtalker lo rese qualcosa di irripetibile.

Per confermare ciò che disse Magic Johnson, col quale – oltre che la rivalità per eccellenza degli anni Ottanta – condivise i meriti maggiori per il boom dell’NBA, il giorno del ritiro della maglia numero 33: “Non ci sarà più un altro Larry Bird.”

DAVID THOMPSON

Una delle vicende più appassionanti e controverse, quella di David Thompson.

La meteora più lucente (e triste) negli anni tra la crisi e il boom della pallacanestro pro.

Un prodigio sin dal liceo, svettò a North Carolina State guidando gli Wolfpack al titolo NCAA 1974: leggendaria, la semi contro la UCLA di John Wooden (con Bill Walton, Marques Johnson e Jamaal Wilkes!), vinta al secondo supplementare.

L’anno precedente, NCSU compilò un eloquente 27 a 0 ma le fu impedito il Torneo, causa irregolarità nel suo reclutamento. Soldi, per farla breve.

L’impatto con l’ABA, che sembrava pensata per lui, fu devastante: atleticamente senza pari, con un’entrata in terzo tempo levitando verso (e sopra…) il ferro, un jumper competente e istinti (in transizione e a difesa schierata) fuori categoria.

Skywalker matricola, tra un alley oop con la testa a livello del canestro e un cinquantello agli Spurs, guidò Denver alla finalissima contro i Nets di Doctor J.

Oggi, David contro Julius sarebbe l’evento del decennio; ai tempi (’76) fu solo la fine (esaltante e agrodolce) di quella lega.

Vinse New York in sei, malgrado i 42 punti di Thompson in gara6.

Tale era la fama e la reputazione di Skywalker che Alvan Adams a Phoenix, ricevendo il premio di Rookie of the Year, lo ringraziò (sic) per non aver scelto di giocare subito nell’NBA. Che fu annessa (..) l’anno dopo al suo show: jordanesco prima di Michael Jordan stesso che crebbe, in North Carolina, nel mito del 44 (che a Denver era il 33) e che lo vorrà – a fianco – il dì della sua entrata nella Hall of Fame.

Le doti erano quelle, il potenziale anche: i 73 punti inflitti ai Detroit Pistons, all’ultima giornata della regular 1978, per scavalcare (inutilmente) George Gervin nella classifica cannonieri, sembrarono uno degli episodi di una carriera stellare.

Eppure Thompson, dal 1980 in poi, imboccò un declivio inarrestabile.

Scambiato (scaricato) per Bill Hanzlik (!) nella off season 1982, a Seattle, dopo la partenza col botto (i Sonics ne vinsero dodici in fila), Thompson ebbe un infortunio misterioso.

La realtà emerse più in là: David era cocainomane perso.

Ormai un ex atleta, nel 1984, una storiaccia che si scoprì tempo dopo, chiuse definitivamente col basket giocato rotolando da una scalinata, strafatto, dello Studio 54 di New York.

Il ginocchio terminò una parabola sportiva che pareva una propaggine di quella autodistruttiva: un animale da festa (..), a mille dollari ogni week end per la bamba, che fallì il rientro (agonistico) ai Pacers con un arresto da B-movie. Era l’85, oggi – per fortuna – Thompson è uscito da quel tunnel nerissimo. Rimane la domanda – senza risposta – di cosa sarebbe stato senza la tossicodipendenza.

Estratti dal “Dizionario NBA 2021”

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