STORIA E LIBERTA’ DI FAUSTO COPPI

Il 17 maggio 1940, alla partenza della ventottesima edizione del Giro d’Italia, pioveva.

Davanti al Vigorelli, i suiveur della carovana mescolavano i pronostici sulla corsa (Gino Bartali era il favorito) alle notizie della Wehrmacht che, occupati Paesi Bassi e Belgio, stava puntando Parigi.

Ignorato dalla moltitudine, nella Legnano di Bartali esordiva un imberbe piemontese di Castellania, un tale Fausto Coppi, vent’anni, fortissimamente voluto in squadra dall’avocatt Eberardo Pavesi.

Che, al solito, ci vedeva lungo: Coppi, il 9 giugno, sarebbe entrato all’Arena di Milano, l’ultima tappa, con la maglia rosa addosso. Il 10, a Roma, dal balcone di Piazza Venezia, Benito Mussolini annunciò l’entrata in guerra dell’Italia.

Per celebrare il centesimo Giro, ci pare quasi scontato vergare qualcosa su Fausto Coppi. Che, al di là dei cinque trionfi finali, l’ultimo a tredici anni di distanza dal primo, delle statistiche, è stato (ed è) il personaggio più rappresentativo e importante della corsa rosa.

Poichè definì l’immaginario del ciclismo moderno, che si dovrebbe dividere temporalmente Prima e Dopo Fausto, e agì in uno scenario che ci auguriamo irripetibile, in un vecchio continente che usciva, distrutto, a pezzi, dalla guerra.

Raccontare Coppi significa spiegare, almeno in parte, l’importanza culturale dello sport nella nostra società.


1949. Al Giro, il dì dell’inarrivabile impresa della Cuneo-Pinerolo: il Monte Everest dello sport europeo.

Il Coppi nacque, il 15 settembre 1919, quarto di cinque figli di una famiglia di contadini della provincia d’Alessandria. Sulla bicicletta, il suo destino, cominciò a lavorarci all’età di otto anni: come garzone della salumeria Merlani in quel di Novi Ligure.

Fa specie pensare all’ultimo viaggio, in Africa, e alla fine (prematura) della sua vicenda: quando si spense, quarantenne, era diventato – lui che venne al mondo povero in canna – ricchissimo.

Si bisbigliò che quella magione che condivideva con la dama bianca, e la sua smania per l’alta società, l’avessero stancato. Morì in una maniera assurda, di una malaria risvegliata per caso, e sarebbe bastato un pò di chinino per salvarlo: nel romanzo di Fausto Coppi, nulla è stato normale, nemmeno l’epilogo.

Quel 2 gennaio 1960, alle 8 e 45 del mattino, nonspirò solamente (..) un grande campione ma un simbolo della rinascita italiana, ed europea, dopo la tragedia del secondo conflitto mondiale.

E’ stato il nostro Babe Ruth ma il suo scenario fu incomparabile: da una parte le vittime, le ferite, le macerie; dall’altra i vivi, la voglia di ricominciare e di ritornare a essere felici.

Nella vulgata che – nella storia del ciclismo – contrappone Coppi a Merckx, ribadiamo l’espediente ideato da Gianpaolo Ormezzano: Coppi è stato il più grande di sempre e Merckx il più forte ogni epoca. Quando si elencano i successi, dovremmo ricordarci – per esempio – che negli anni Cinquanta il concetto delle cinque gare monumento non esisteva o che della Vuelta non fregava a nessuno, sempre che si corresse.

I numeri andrebbero pesati e interpretati, anzi tradotti. Le cifre che illustrano la mostruosità, la grandezza, dell’Airone sono i chilometri accumulati nelle fughe solitarie vincenti: 3039.

1952. Vernice sull’Alpe d’Huez. Coppi spolpa (..) Jean Robic e – al traguardo – indosserà un giallo definitivo.

Un dato, imparagonabile con qualsiasi altro campione, non solo il Cannibale, che lo pone in una categoria a sé. Nel computo dei chilometri di assolo, ci sono i cento della Firenze-Modena, al Giro 1940, dove tutto cominciò, sull’Abetone.

I centoquarantasette della Milano-Sanremo 1946 che ne siglò il ritorno prepotente: quattordici minuti al secondo, Lucien Teisseire. I centonovantadue, la performance massima, della Cuneo-Pinerolo al Giro ’49; l’apice assoluto non di Coppi e del ciclismo, forse dello sport novecentesco.

Oltre nove ore di epica che riassumono l’era dei giganti: Fausto andò via, rispondendo a uno scatto di Primo Volpi, sul Colle della Maddalena. Fece una specie di cronometro individuale, passando il Vars, l’Izoard, il Monginevro e il Sestriere, nella fanghiglia: lui davanti, irraggiungibile a dispetto di cinque forature, e Bartali (stoico, testardo, magnifico) dietro. A Pinerolo, Gino ci arrivò a 11’52” dal rivale; il resto della concorrenza, terzo giunse Alfredo Martini, dispersa a venti minuti.

Eppure molti osservatori concordano nel definire il Coppi della seconda doppietta, quello tra Giro e Tour, il più impressionante: i settantadue chilometri di volo pindarico – già in maglia gialla – alla Grande Boucle 1952, nella Bourg d’Oisans-Sestriere, il manifesto programmatico di quel dominio.

Che costrinse Jacques Goddet, il patron, per rendere meno scontata la competizione a metà del suo svolgimento, a raddoppiare il premio per la piazza d’onore in classifica. E arriviamo, verso il termine della carriera, ai settanta chilometri del Giro dell’Appennino ’55, l’ultima impresa di un mosaico senza eguali.

L’uomo solo al comando, sulle strade di montagna, fu lo stesso che si impose, nei velodromi, dal 1939 al 1955, ottantadue volte nelle sfide di inseguimento su pista. Due titoli mondiali (1947, 1949) e cinque nazionali della specialità. Bradley Wiggins, aggiudicandosi il Tour 2012 divenne l’unico altro a poter vantare, con la gialla parigina, anche l’iride nell’inseguimento individuale.

Ma Coppi, nel ’49, le due fatiche le affastellò in meno di un mese e mezzo, in una stagione dove svettò pure alla Sanremo, al Giro, al Lombardia e chiuse terzo al Mondiale su strada di Copenaghen: solo perchè il tracciato era insignificante e gli altri, Van Steenbergen e Kubler in primis, si allearono contro di lui.

E le quindici cronometro in carniere, col Giro che le eluse – per anni – per non favorirlo troppo nel duello con Bartali. La perla, straordinaria, del (secondo) Gran Premio delle Nazioni nel 1947 quando, sui 140 chilometri, diede 8’14” al secondo (Emile Idée).

Una dimostrazione di superiorità che ribadì l’appellativo di Campionissimo: il terzo italiano a scomodarlo, dopo Costante Girardengo e Alfredo Binda.

Coppi, al di là del bene e dal male, inventò il ciclismo moderno. Dunque pure Merckx, la sua proiezione granguignolesca, è figlio di Fausto. La programmazione, l’allenamento, l’alimentazione, la medicina; la squadra di gregari (campioni) fedelissimi, la tattica, le mance gerarchiche nel plotone.

Accanto, sempre, il massaggiatore cieco (che divenne così per la sifilide), l’ombra saggia e cinica di Biagio Cavanna.

I coppiani, il seguito, erano tosti, magari non quanto i toscani (Fiorenzo Magni poi, era addirittura feroce); di sicuro non lo era lui, un gentiluomo timido.

1953. A Lugano, l’apogeo sentimentale (..) della sua storia sportiva e, forse, di quella italiana. Con Adriano Rodoni e Achille Joinard compare Giulia Occhini, la (futura) Dama Bianca.

Che una sola volta ruppe un patto, salendo lo Stelvio al Giro ’53 contro Hugo Koblet, un altro aristocratico, un signore, e se ne vergognò.

Visse la sorte, crudele, del fratello Serse che morì al Giro del Piemonte, nel 1951, e per una settimana (prosciugato dalla disgrazia) pensò di non correre più.

Aveva un motore eccezionale, con quel petto da canarino, sproporzionato, e le leve lunghe: in bici, si verificava una simbiosi perfetta.

Le ossa, invece di cristallo, parevano confermare l’equilibrio psicologico, delicatissimo, di quell’uomo nato scherzo della natura.

Quando cadeva si frantumava: tre lesioni alla colonna vertebrale, si ruppe la caviglia destra, la clavicola sinistra; un trauma cranico e una lesione al mediale del ginocchio sinistro, il femore sinistro.

A Primolano, al Giro d’Italia 1950, centrato involontariamente da Peverelli, i corridori raccontarono del suono spettrale del suo corpo che toccava l’asfalto. Si era spaccato il bacino in tre parti.

Era un ossimoro vivente, le sue imprese destavano stupore e allegria, lui pareva autoinfliggersi gloria e dolore nella stessa quantità. Raccontava, sorprendendo tutti, che la fatica più bestiale fu al Giro di Toscana 1941: in tempi di guerra, la giornata che inaugurò sul serio la rivalità con Ginettaccio.

Lasciò Bartali e Ricci e sul Saltino, una salita di quindici chilometri, scavò un baratro: diluviava e la strada si era tramutata in un rio, spettrale, di ghiaia e di fango.

Coppi piangeva dallo sforzo, nemmeno uno spettatore ai bordi, la pioggia e il vento in faccia: a Firenze vinse con due minuti su Bartali, ormai ex capitano.

Fece il primato dell’ora alla chetichella, al Vigorelli, tra un allarme bomba e l’altro: era il 7 novembre 1942 e l’Europa un mattatoio a cielo aperto.

Battè di appena cinquantadue metri Maurice Archambaud (45,848 km), chissà che record avrebbe siglato nell’evo d’oro, quando sul passo era intrattabile.

Disse, di quel pomeriggio milanese, a Mario Fossati: “Il tocco di una campana, che segnala la posizione nei confronti di un avversario invisibile, mi buca la testa.

Un carillon doloroso.” L’anno seguente, caporale di fanteria, fu spedito a Tunisi sul fronte africano del conflitto. Finì catturato, nell’aprile 1943, e poi prigioniero nei campi di concentramento inglesi.

Il primo Febbraio 1945, coi sintomi della malaria, tornò – su un piroscafo da Algeri a Napoli – nel Bel Paese semidistrutto.


L’ultima Parigi-Roubaix di Fostò, nel 1959, chiusa (trentottenne) con un onorevolissimo quarantaquattresimo posto. Era un fenomeno anche sul pavé: ne vinse una (nel 1950) e arrivò due volte secondo. 

Ricominciò piano piano con l’agonismo grazie a Cristiano Fortunato e all’artigiano romano Edmondo Nulli: nel nord liberato dai nazifascisti, a casa da mamma Angiolina e dalla fidanzata Bruna, ci rientrò in bici… 

Il Mondiale del 1953, a Lugano, il compimento vero della sua odissea sportiva. Sulla Crespera convinse Germain Derycke, con le buone e le cattive, e si involò verso l’immortalità.

L’arcobaleno indossato salvò la formula bislacca ideata dall’UCI: una kermesse, itinerante, che senza il nome in calce di chi è stato campione mondiale ovunque, sul pavè della Roubaix, sulle cime del Giro e del Tour, nei velodromi, sarebbe diventata una barzelletta.

Per far capire l’impatto di Coppi: l’edizione speciale de “Lo Sport” vendette una cifra mai più avvicinata da un settimanale sportivo italiano; la Bianchi festeggiò col più grande incremento di fatturato del decennio. Tutti volevano pedalare sulla bici di Fausto o un brandello del suo mito. Nelle foto della premiazione, il Coppi iridato con Adriano Rodoni (sollevato..) e una bella donna, cogli occhi azzurri, raggiante. Giulia Occhini, la dama bianca, era già l’amante del Campionissimo.

I due, loro malgrado, divennero materia – e merce – di scandalo l’estate successiva; in un’Italia medievale, bigotta quanto falsa, furono umiliati in piazza.

Gli adulteri, denunciati dal marito di lei, Enrico Locatelli, finirono nei guai: a Fausto ritirarono il passaporto, alla Occhini toccò l’arresto e il domicilio coatto; entrambi furono processati.

Colpevoli di amarsi, dovettero sposarsi in Messico e Giulia diede alla luce Faustino in Argentina. Nella baraonda Coppi, trentacinquenne, regalò ai tifosi una versione ancora degna della sua fama.

Il viale del tramonto fu un enigma, si accaniva a pedalare – sempre più in fondo al gruppo – a dispetto della logica che l’avrebbe voluto pascià, nella villa coi camerieri.

Eppure Fausto, l’uomo che pareva inventato per la bicicletta, dalla bicicletta non voleva scenderci: lasciate da parte le palanche accumulate col mestiere, il bel mondo che lo attendeva, il ciclismo era una passione totalizzante. La libertà.

Pubblicato da Il Giornale del Popolo il 17 Maggio 2017