Non esistono contenuti originali, di livello, prodotti da internet.
Non possono esserci, poiché la struttura è – al pari dei prodotti tecnologici che sviluppa – piatta.
Superfici lisce, specchi levigati, superfici riflettenti, immagini replicate.
Internet è un aggregatore, un accentratore, una calamita, un buco nero che assorbe ogni cosa.
Non crea: ruba, assorbe, attenua, disinserisce il linguaggio.
..

Nella storia dell’umanità, la forma mistica più alta espressa dall’uomo è il linguaggio.
L’alfabeto delle lingue, dei dialetti, i suoni delle voci che emettono quelle traduzioni acustiche di immagini pensate, una dietro l’altra, senza soluzione di continuità.
Una cascata, un’alluvione, di significanti e significati, fonemi letti e pronunciati, ad alta voce o in silenzio.
Milioni di frammenti di parole: percepite, scritte, parlate, cantate, che connettono a sé e all’altro, agli altri, a un circuito di persone, di villaggi, di terre, di nazioni.
L’istinto delle parole, in fila, spezzate, ricomposte.
Intelligenza cristallizzata, la struttura di massima estensione e rielaborazione dell’io e del prossimo, concepita da una scimmia senza quasi più peli.
Ci identifichiamo in un corpo, uno solo, condividiamo una coscienza col resto del mondo.
Scrivere e leggere hanno a che fare con la ramificazione, lo spartire pensieri (specchiarli) con gli altri.
Si è soli, senza esserlo, si è in compagnia con generazioni di scrittori e lettori che conosciamo senza conoscere.
La sospensione temporanea dalla società mentre si legge, si scrive, è un investimento.
Un’azione individuale in un percorso collettivo, secolare, millenario: ci appartiene solo nell’atto, poi diventa di altri.
Siamo un’unità singola di una catena intrecciata che si sviluppa ogni secondo.
Ne percepiamo la direzione, la struttura, il tessuto, la composizione, non vedremo mai testa e coda dell’oggetto materico in movimento.
Il Nova1 fu la piccola proteina che, nella catena del DNA umano, staccò l’uomo dagli altri animali.
Bastò un dettaglio per distanziare la nuova umanità dal Neanderthal e dal denisoviano.
In Africa, poi migrando verso l’Europa e l’Arabia, l’Asia, infine tutto il globo, una specie sviluppava una concatenazione di suoni, fonemi, canti, che innestarono nel cervello umano l’istinto del linguaggio.
Che ne stratificava l’intelligenza, le capacità comunicative, l’espressività, la logica, il pensiero, l’azione, l’arte, la competizione.
Una specie si impossessava del pianeta, colonizzandolo.
Iniziava a coltivare un’estetica, fuori dalle leggi (cruente, spietate) della natura, che ridefiniva gli spazi e la biologia stessa delle comunità umane.
L’uomo, sulla Terra, è una divinità mortale.
Si specchia nella volta celeste, in sé, e inventa dio a sua immagine e trascendenza.
La costruzione di un rito, attraverso gesti, cerimonie, icone, catene vocali, tic, è sempre basata sulla ripetizione.
E’ la ridondanza, ossessiva, a edificare una distorsione cognitiva che si sostituisce alla realtà.
Il principio fondamentale delle religioni e di internet.
La distorsione, non la distruzione, del linguaggio è il centro di gravità permanente del giochino.

Internet replica il mondo reale, organizzandolo mediante un caos riprogrammabile.
L’interpolazione tra l’io individuale e una coscienza collettiva, di gruppi, polarizzata e ricombinata.
Se internet è un’esperienza religiosa, che usa il pianeta per un gioco di ruolo con miliardi di pedine (giocatori), il vettore che indirizza (e preconizza) il comportamento assomiglia alla rielaborazione dati di un centro previsionale meteorologico.
L’unica differenza, decisiva, è che l’iperoggetto in questione può determinare, scegliere (con una precisione sempre più accurata), la traiettoria di una perturbazione, di un uragano, stabilire la permanenza di una figura barica, influire prima sul meteo, poi sul clima.
Internet non gioca a fare dio, dalla sua personalissima postazione lo è già.
Necessita di frequenze e sequenze, rumore bianco di armonie e dissonanze, suoni, immagini e parole, per rinnovarsi e autorigenerarsi.
Per nascondere il solo (enorme) punto debole: potrebbe essere spento, scomparire, in mezzo secondo.
E’ la continua accelerazione che permette questo stato permanente, ipnotico, reiterante, un’accumulazione di dati che ne determina le strutture.
L’uso e l’abuso delle energie altrui, l’assorbimento totale e il suo utilizzo per consentire la costruzione e decostruzione di altri piani, mosaici, linee parallele e incrociate che si perdono (svaniscono) con la fine, l’esaurimento entropico, delle stanze, delle architetture e degli alveari, come binari morti.
Sostituiti, schiacciati, da ennesime repliche al quadrato che codificano ulteriori pattern.
Questa creatura che divora energia, e ne richiede sempre più per funzionare ed estendersi, è anche la copia terrestre (minimale) di un buco nero spaziale.

Il nuovo linguaggio, del Mondo sul Filo, favorisce (implementa) un’endogamia comportamentale e linguistica.
Internet prevede bolle, opposte, separate, conflittuali, che reclamano un’appartenenza settaria: un’altra somiglianza con i culti di massa, le religioni.
Internet favorisce l’erosione di una lingua comune, tribalizzando le parti.
La mostrificazione verbale procede insieme a quella delle immagini e propone automatismi ideologici.
L’alfabeto settoriale, specifico, usato da un gruppo, serve prima a rivendicare una (post) identità, a riconoscersi fra simili (?), poi a escludere e minacciare chi non lo assimila o non lo utilizza.
Si trasforma in una simbologia comunicativa che separa e definisce, soprattutto gli altri (..).
Il linguaggio impoverito non ha (solo) a che fare con la diminuizione delle parole usate, ma con la ripetizione ossessiva di frasi, formule, virali.
Il percorso delle stesse, di successo, fabbrica rumore mediatico espanso.
Slogan, a effetto, che deve produrre un risultato emotivo istantaneo e scappare dall’ideazione di un pensiero.
Il distacco prodotto, dalla realtà, forma all’improvviso un nuovo materiale.
Il rumore bianco che accompagna questi bordoni deresponsabilizza media e spettatori dalle conseguenze immediate e future.
Il Mondo sul Filo, per interesse diretto, sceglie di non proteggere dalle conseguenze che innesta.
Chi produce e comanda un’onda emotiva, controlla l’opinione pubblica: che non è più tale, nelle dinamiche e nella forma, dal successo di internet.
L’indignazione eterodiretta è il più potente dispositivo della post modernità.
Nella precedente era mediatica, semplificata nell’impatto, molto più complessa nei passaggi intermedi della comunicazione, l’assenza del presente continuo, tipico invece dei sistemi digitali interconnessi, autorizzava una sospensione del giudizio.
Che poteva includere un’analisi culturale, dunque politica e sociale.
Esclusi passato e futuro, rimossi o truccati, la manipolazione dell’onda emotiva è totalizzante.
Per arrivare a questa nuova carne sono stati fondamentali il linguaggio pubblicitario, che ha inculcato nella cultura popolare (giovanile) un valore intrinseco alla potenza del marketing, del brand, vissuti come esperienze mitiche, leve superiori, e poi il gaming.
Che è il cinema, la musica, la letteratura, del ventunesimo secolo.
Lo scenario per eccellenza di generazioni connesse a una membrana esterna, fratturabile e ricomponibile con un cut-up sintetico.
La tecnoferenza non è nemmeno più avvertita.
Sequestrato il Tempo, allo spettattore, il quadro è una produzione senza soluzione di continuità di immagini collegate a parole chiave.
Che configurano comportamenti – sociali – compulsivi, identitari.
Narcisismo etico, feroce, rivolto contro un nemico immaginato, perciò disumanizzabile.
Un rituale ancestrale, prepolitico, rimodellato sul Mondo Nuovo.

La frammentazione della psiche collettiva permette di sperimentare il gioco, e la contraffazione, in ambiti qualitativi e quantitativi impensabili prima di internet.
Maggiore è la violenza emozionale del rito, minore è la coscienza collettiva.
Uno stato permanente di reattività emotiva, d’isterismo pandemico, cancella l’idea di una visione e di una prospettiva, a medio e lungo termine.
La polarizzazione non ha parametri dimensionali, segue i movimenti di un elastico.
Crea gruppi omogenei di tribù, brutalizzate nell’alfabeto che perde parole.
La distruzione del linguaggio bullizza l’uomo sociale, politico e artistico.
Società, politica e arte mutano in una sottomarca della pubblicità e del marketing.

Siamo sciame esotico.
L’autocompiacimento, che confonde l’estetica con l’etica, il gesto con l’azione, deborda in una trance digitale di passione pubblica (auto) rigenerante.
Il declino morale, l’edonismo etico, l’empatia selettiva, diventano veicoli di solidarietà spettacolare.
L’endogamia indotta favorisce una direzione precisa negli scambi d’informazione, milioni al minuto.
Internet è un cervello esterno all’essere umano, un surrogato cerebrale di un numero sempre più crescente di umani.
I due vasi comunicanti collaborano fra loro gestendo uno squilibrio.
I dati del cervello esterno selezionano una quantità sempre maggiore di stimoli nervosi del cervello individuale e collettivo.
La possibilità di scelta è stabilita dall’organismo digitale.
Quello cerebrale, dell’uomo, del singolo, diventa un campo sviluppato, a ogni mossa, dalla mente elettronica.
Il ribaltamento della specie, per la primissima volta, vive di un meccanismo eterodiretto senza filtri e protezioni, che bombarda di stimoli percettivi (immagini, suoni, parole) la corteccia.
Internet è mistica digitale, il nuovo testamento che contiene tutte le risposte alle domande dell’uomo.
Nella teocrazia tecnologica la trasformazione dei diritti in uno stato algoritmico, una visione imposta alla massa e allo Stato (prima assorbito coi servizi offerti, poi smontato pezzo dopo pezzo), di un potere senza controlli e controllori.
Chi distrugge la cultura, controlla il mondo.
Una cultura demolita, dall’interno, disossata, produce un’intelligenza collettiva sempre più bassa.
Con il dominio del quantitativo, la cultura pop scende di livello, trasformandosi in cellule riposizionate, che riprendono un tema consolidato e fruibile.
Che premia l’investimento emotivo ed economico e il quantitativo, il numerico.
Si cominciò da un ratto, trent’anni fa il furto della proprietà intellettuale della musica, da una complicità di pochi che diventavano maggioranza, e si allargò – a ogni obbiettivo, target – annettendo ogni scibile umano.
Il consenso si sostituisce all’espressione, il conformismo alla libertà.
Si creano due piani paralleli, sovrapponibili più che intersecabili: uno è finzione, l’altro è falsificazione.
La finzione è fantasia rappresentata, la falsificazione è realtà truccata.
La finzione imposta è crudele, non necessita di un humus culturale, ed è uno strumento espanso politico e sociale.
La falsificazione invece modifica il brodo culturale, producendo una coscienza collettiva sempre più lacunosa.
Disinnesta il pensiero (critico) modificandone il senso e riducendo l’ampiezza del lavoro culturale.
Il pensiero cancellato diventa propaganda, si trasforma in merce.
Che realizza il potenziale diventando azione, parola o gesto, sfogando la violenza incubata nel processo.

La finzione è adatta alle autocrazie, alle dittature.
La falsificazione è adattabile al lavoro culturale (e alle democrazie).
La finzione non ha bisogno della falsificazione, per viralizzarsi.
Finzione e falsificazione sfruttano e generano, condividendone il processo, paranoia.
La paranoia è la droga del ventunesimo secolo.
La libertà non è partecipazione.
La libertà è cultura.
La cultura è sottrazione: del superfluo, del falso, del (cattivo) gusto.
La cultura distingue la finzione dalla realtà, la cristallizza, la usa (come elemento decorativo e maschera), la getta.
Non ci muoviamo più in una società puramente umana.
Siamo entrati in un’ibridazione, nella quale gli esseri umani e le macchine interagiscono e si influenzano reciprocamente, modificandosi.
E’ cominciata una (nuova) fisica sociale, poiché solo utilizzando strumenti scientifici della fisica, della biologia evolutiva, sulla teoria matematica dei giochi, sarà possibile tracciare i comportamenti umani.
L’istinto, intelligenza cristallizzata, aggiunto alla logica (algoritmica) dell’AI non si sommano, bensì implodono ed esplodono, ricomponendosi.
I filtri digitali, che assorbono e rimescolano le intuizioni umane, modelleranno ogni attività dell’uomo.
La distruzione del linguaggio propone il pensiero artificiale.
I processi decisionali diventano cibernetici, alterando alla fonte il comportamento.
Politica, arte, medicina, finanza, industria, religione, saranno retroazioni umane di formulazioni tecnostatistiche.
La cultura sarà generata dalle macchine.

L’operazione che conduce a una società basata sull’AI è un piano inclinato verso la sterilizzazione della creatività umana.
Le scoperte, le novità, in ogni ambito, prevedono (prevedevano) un processo ciclico dal quale, all’improvviso, ci si scosta con un salto, uno scarto.
La creatività non ha (aveva) a che fare con l’analisi di dati ammassati.
L’AI è un sommario algoritmico dell’esistente, l’immaginazione è altrove, antimaterica a questo metodo: è una connessione non lineare, apparentemente casuale o fortuita.
L’errore giusto produce (produceva), in ogni settore, l’evoluzione.
I linguaggi hanno (avevano) come atto primario l’elaborazione di un pensiero.
Internet è il prodotto popolare che destruttura e inverte questo processo.
La nuova postura sociale innesta nello spettattore la rivendicazione di un’identità.
Un’etichetta postuma, generalista ma indicizzata su ogni categoria specifica.
Lo spettattore esprime, esibisce, una tipologia, assume le caratteristiche, l’identikit, del calcolo personalizzato che lo segue (studia, modella).
Sociale, privato e pubblico assumono nuovi significati spettacolari.
Nella memecrazia, ci si traveste (trasforma) da meme più o meno inconsapevoli.
L’autodefinizione rivendica una libertà di scelta che è menomazione della stessa o parodia.
L’incasellamento permette al soggetto di essere un prodotto, esposto.
Lo spettattore realizza la riconversione perfetta, da soggetto a oggetto, da cliente (turista) a manufatto del supermercato.
La persona, scegliendo un’identità con un codice a barre distinto, vuole essere comperata, consumata.
Nel ventunesmo secolo, il luogo dell’apprendimento e della diffusione è sintetizzato in uno specchietto luminoso di metallo.
Ferro, silicio, cromo, tungsteno, neodimio, cobalto, molibdeno, praseodimio, argento, oro.
Metallo pensante.
175 grammi che, senza orpelli, si riducono a 55 grammi di massa materica eterogenea.
Un cerchio si chiude, con l’uomo della pietra.
L’oracolo, di tecnologia interferente e ricombinante, si contempla ogni 15 secondi, su una piccola superficie di vetro, scrollata 60 metri al giorno.
Il mondo reale è molto più grande di quello virtuale.
Un’allucinazione collettiva ci fa credere il contrario.

Il Mondo sul Filo provoca e osserva il rumore bianco, la confusione, ne regola i volumi e la violenza.
Sta alle reazioni espresse, nell’analisi attraverso i mega dati, trovare una forma (riconoscibile subito, solo dalla fonte) che possa (ri) generare traffico.
La staticità del traffico digitale danneggia il sistema implementato.
Il possesso del Tempo, l’accelerazione, la velocità, coincidono con il controllo e il potere.
La retropropagazione è un’azione simbolica, di metodo, al di là della sua funzione (fondamentale) per l’algoritmo e la rete neurale.
Ma l’aggiornamento seriale dell’AI, per ottimizzare l’apprendimento, riducendo gli errori, produce una strada parallela, speculare e opposta (nel verso).
Laddove la retropropagazione prevede quantitativi enormi di circuiti che manipolano la memoria, con una velocità di elaborazione subitanea, delle semplici (..) matrici addestrano modelli con miliardi di parametri senza gradienti.
Mutano, a centinaia di migliaia, contemporaneamente.
L’inferenza viene pensata (..) non in tempo reale, asincrona, senza cluster ma conservando (sviluppando, selezionando) una natura biologica dell’informazione.
L’AI (si) evolve, testa e mantiene solo ciò che funziona e serve.
Internet è un organismo vivente, superiore: Solaris?
Edifica la realtà di una società tecnologica, appoggiata a una nuova (inedita) struttura biologica.
La forzatura del Tempo, lo strappo, è ancora più acclarata da questa spinta.
Perché la struttura sociale non può adattarsi alla velocità impressa da internet.
La biologia è più adattabile del quadro sociale: ci potrebbero volere anni, decenni, un secolo, prima che la struttura sociale si sincronizzi con quella (nuova) biologica.
Questa separazione, un’inconciliabilità fisica prima che mentale, inventa crisi e dunque opportunità (economiche, politiche, militari) da capitalizzare.
La retroazione più virulenta, nell’insieme di questa alterazione del Tempo, è l’affermarsi di un misticismo antiscientifico e tribale (neoprimitivo).
Il successo di una tecnologia invasiva (e persuasiva) porta un segmento cospicuo della società ad aderire a un realismo magico.
Contro le leggi della logica, della storia, della fisica, della biologia, della natura, dell’economia.
Il massimo sviluppo tecnologico corrisponde, nelle dinamiche, a uno stato di idiozia collettiva, una pandemia della stupidità, incanalabile in flussi (più o meno) regolabili.
Internet non connette le intelligenze, quelle un modo per collegarsi ce l’avevano già.
Mette insieme i cretini.
Li ha trasformati in una massa critica maggioritaria.

Non contano il fatto, la memoria e l’analisi di un evento, ma il tono del racconto e la possibilità di applicare una narrazione psicologica inversa.
E’ il lato del campo, la posizione scelta, a definire l’oggetto dell’odio, i due minuti di gruppo o di massa.
Internet è un continuum di guerra psichica e desiderio trans corporeo.
Il racconto, se appassionante, vince sempre sulla realtà.
Il racconto, essendo fantastico, non ha bisogno dell’oggettività.
Assume le sembianze dello spettattore a ogni aggiornamento, al pari di un liquido che prende la forma del contenitore.
La tecnica narrativa è banale, ridotta all’osso.
Si usano l’enfasi, il sarcasmo, l’odio (l’amore fanatico), il sentimentalismo, per muovere, tendere e seguire le corde del racconto.
Più ci si allontana dalla complessità dei dettagli, da un’analisi disincantata, meglio si distrugge la realtà per sostituirla con una fantasia eterodiretta.
Il meccanismo, anch’esso un iperoggetto, conduce progressivamente a una disconoscenza isterica.
Minore è la comprensione del mondo, del testo, dell’immagine, maggiore è la dinamica epistemica degli spettattori coinvolti.
L’autenticità non è più un problema, l’adesione incondizionata a una narrazione la ignora.
Al vero si preferisce il falso, alla realtà la farsa.
L’invenzione di una bolla psichica proietta lo spettattore in un videogioco personalizzato.
Internet diffonde culti, dal potenziale religioso, nella psicosfera collettiva.
Il fine non è comunicativo, bensì psicologico.
La fase terminale, che permette una ricombinazione dal basso degli elementi introdotti, è l’apofenia.
Il videogioco umano è un fenomeno apofenico, in divenire.
La dissonanza cognitiva è lo stadio conclusivo del progetto.
Sorpassate una massa di informazioni e di dati, ribaltata la prospettiva, alla macchina è indifferente lo spettattore: non ne ha più bisogno, non ne ha mai avuto bisogno.
Il singolo, per internet, è inutile.
La singolarità è analizzabile e basta, è invece essenziale la solitudine.
La solitudine nella folla, reale o virtuale, è il plus del gioco.
Internet segue questa folla stando davanti.
Non si crede nel domani, ma nel già accaduto, nel sogno della memoria.
Non abbiamo bisogno di sognare, per sentirci pecore elettriche.
Internet automizza gli uomini, non i servizi offerti.
Le interazioni tossiche lavorano sulla prevedibilità e la compressione della lingua utilizzata.
Raggiunto un limite fisico, la destrutturazione termina ma intacca il linguaggio comune.
La semplificazione linguistica concepisce una polarizzazione come base culturale.
E’ la polarizzazione a definire l’organizzazione della struttura.
Si radicalizza, alla fonte, la superficialità del linguaggio.
E’ un passaggio radicale nella storia umana, dai tempi di Johannes Gutenberg, nella comunicazione.
La contaminazione (tossica) della conoscenza sta modificando la cultura, rendendola superflua.
Non stanno decadendo le possibilità di scegliere, orientarsi, per la mancanza di offerta, ma per l’indifferenza verso ciò che non è immediatamente riconoscibile.
Il campo si restringe, a ogni aggiornamento della tecnica, se le radici culturali diventano sempre più esigue e rispondono solo a un’appartenenza tribale.
I passaggi, che determinano la conoscenza, vengono bruciati dall’immediatezza – morbosa – dell’informazione.
Il racconto deve contenere tutta la storia alla superficie, nessun elemento complesso, che metta in dubbio il sentimento univoco della cronaca.
La massa digitalizzata, dopo il consenso, cerca (e impone) il plebiscito.
