NEL BLU DIPINTO DI BLU

LE CORDE CHE CAMBIARONO IL GIOCO.

Stabiliamo un confine, labile, tra la definizione (non universale) di sport e quella di gioco.
Lo sport parte dalla performance (pura) e dal gesto (semplice).
Il gioco da un attrezzo e una palla, pallina o pallone, che produce una reazione istintiva (istinto: intelligenza cristallizzata) più evidente.
Lo sport richiede (va) soprattutto atleti.
Il gioco, giocatori.
La vox populi applica distinzioni comode, ignoranti, sui due bordoni classici: la tecnica, privilegio cantato dei giochi, è presente anche negli sport (di resistenza o di velocità).
Nella dimensione odierna, nella quale analisi dei materiali, delle tattiche, della preparazione, sono preponderanti – centinaia e centinaia di cifre e statistiche e comparazioni – i giochi stanno diventando anch’essi performance, tendendo a uno standard (unico?).
Ancora più incasellati dallo studio (scientifico e specialistico) di ogni disciplina.
Oggi, per esempio, il salto con l’asta o il ciclismo su strada – con le metodologie moderne di allenamento – sembrano evolversi verso l’approfondimento tecnico dei (mille) gesti che li compongono.
Curioso, ma non troppo, che la stessa cura del dettaglio abbia invece portato i giochi verso un’omologazione nello stile e nella tattica.
E’ così per il calcio, il basket, il volley.
Il tennis, gioco alieno dagli altri (pop), è rimasto se stesso – con cambiamenti minimi (il tie-break inventato dal geniale Jimmy Van Alen) – nella forma, il rito e i punteggi.
Nella sostanza, l’accelerazione tecnologica (sdoganata piano piano, dagli anni Ottanta in poi) ha quasi stravolto le basi tecniche (di partenza).
Se altrove, per esempio nel football, alcune regole modificano – per sempre – le tattiche e il flusso della partita, nel tennis sono racchette e superfici a creare un nuovo immaginario.
Ma saranno le corde a ribaltare la concezione stessa del giochino.

La racchetta spaghetti fu inventata da Werner Fischer nel 1971.


L’artigiano bavarese prese spunto dal ping pong, che già negli anni Cinquanta mise una superficie gommosa e spugna soffice nel legno per generare top-spin.
La pallina, deformando la gomma, riceveva la spinta (contraria) che si sommava a quella del colpo.
Un effetto fionda.
Fischer incordò la racchetta mettendo due corde verticali per buco, usando metà delle corde orizzontali: le fece passare una sopra e una sotto, fissandole insieme, rivestendo le verticali (dove toccavano le orizzontali) con dei tubicini di plastica.
La frizione diminuita, usando la rigidità delle doppie corde, massimizzava (esaltava, raddoppiandolo) il top.
Con lo stesso impatto di prima..
Fu quel diavolo (..) di Ilie Nastase ad adottare la spaghetti, ad altissimo livello, dopo qualche anno di anonimato amatoriale: il romeno interruppe la (storica) striscia vincente di Guillermo Vilas nel (suo) magico 1977.
L’argentino, durante la finale di Aix-en-Provence, vedendo il rivale con quell’arnese (..), sotto nel punteggio, si ritirò per protesta.
Vilas si fermò a 53 successi di fila, era il 2 ottobre 1977.
Vilas e Bjorn Borg avevano popolarizzato il top-spin nel circuito, insegnando alle generazioni future i vantaggi di quel tipo di colpo.
L’ITF mise al bando la racchetta spaghetti.

Nel 1997, Guga Kuerten (un talentaccio) irruppe dal semianonimato alla fama, di un major vinto, al Roland Garros.


Il brasiliano – a sorpresa – eliminò Thomas Muster, Andrei Medvedev ed Evgeni Kafelnikov.
In finale, batté (il due volte campione a Parigi) Sergi Bruguera, nettamente (6/3 6/4 6/2).
La Head di Guga utilizzava le (nuovissime) Luxilon, corde di ultima generazione a monofilamento.
Il principio era (è) lo stesso della spaghetti.
Le parabole cariche e potenti vengono facilitate nell’esecuzione.
Il co-poliestere migliora la rotazione della palla, l’effetto fionda, rivoluzionando le meccaniche del gioco: le luxilon generano il 20 per cento in più (di spin) rispetto al budello, addirittura il 40 nel confronto col nylon.
Da quell’exploit, quelle corde conquistarono il mondo: ultimo moicano, con l’accordatura ibrida, il solito Roger Federer.

2002, maggio, Andre Agassi si allena al Foro Italico.


Il fuoriclasse, ormai veterano (32 anni), chiese al suo accordatore, Roman Prokes, di provare le luxilon.
Per tre quarti d’ora, il kid di Las Vegas si mise a picchiare senza sbagliare una traiettoria.
La sentenza: “Dovrebbero abolirle.”
Il rivale di cento battaglie, Pete Sampras, le soprannominerà “cheatlion” (truffaldine).
Martina Navratilova, alla domanda come il tennis potesse penalizzare meno gli attaccanti, rispose che la politica avrebbe dovuto essere la stessa del baseball MLB.
Che non volle adottare le mazze in alluminio, mantenendo quelle in legno.
Sempre nel 2002, a Barcellona, Todd Martin sottolineò: “Ormai con questi monofilamenti non sbaglia più nessuno. Per quanto tu possa tirare forte, la palla non esce mai e così si possono trovare angolazioni impensabili fino a qualche tempo fa.
E’ questo il motivo per cui sono spariti i giocatori di rete: con gli angoli che si raggiungono, è come se improvvisamente il campo si fosse notevolmente allargato.”

Le luxilon performano meglio, ma richiedono più muscolatura e allenamento.
Giocare di rimessa, ma aggressivi, premia: il tennis, da verticale si tramuta in orizzontale, e i colpi realizzano soprattutto la zona d’impatto e il timing.
Due razze (quasi identiche) distinguibili per la partenza alla risposta: chi sta più dietro, e colpisce la palla (più) discendente, sbaglierà meno ma dovrà percorrere più metri.
Chi sta più davanti, anticipa, toglie tempo all’avversario ma è più falloso.
Luxilon e telai leggeri, e rigidissimi, favoriscono le sbracciate: lo sweet spot si allarga a dismisura e consiglia l’arrotata.
Più spin, più controllo.
Il maglio rivoluzionario di Rafa Nadal è frutto di due fattori: lo straordinario chassis (atletico e tecnico) del dominatore del rosso e le monofilamento.
Gli spostamenti e gli allunghi laterali assumono un’importanza mai avuta nelle ere precedenti, poiché i passanti cambiano in quantità e qualità.
I cross stretti, i banana shot lungolinea a rientrare, sono il prodotto più importante dei nuovi materiali.
Un atleta della reattività di Novak Djokovic, dal dinamismo prodigioso, diffonde (e suggerisce anche a colleghi meno dotati di elasticità muscolare e coordinazione) il verbo del colpo in scivolata (e spaccata).
L’attaccante, il giocatore proattivo, viene costretto al vincente perfetto (..), senza margine di errore, perché obbligato a coprire il 20 per cento in più di spazio.
Il colpo piatto, naturale, viene sconsigliato da questo robotennis percentuale.
Le parabole più alte vanno troppo più veloci e sono più sicure: convengono, negli scambi (prolungati) a tutti (tutte).
Con l’avvento delle luxilon, parallelo al boom del sistema delle Academy private, il tennis finisce progressivamente come idea balistica (gioco) e diventa performance, atletica leggera con la racchetta in mano.
Le gambe diventano più importanti del braccio.

NEL BLU DIPINTO DI BLU

La Caja Magica a San Fermin pare l’esoscheletro di un mostro.
Qualcosa che sembra atterrato dallo spazio, per sbaglio, in un quartiere di Madrid.
Maggio 2012.
Ci volle lo scenario improbabile di questa struttura in ferro e cemento e l’estro di Jon Tiriac per svelare – per un quarto d’ora – l’evidenza.
L’ex manager di Boris Becker, testa fina (e calda), portafoglio gonfio, si inventò una superficie (un terriccio) blu.
Per evidenziare meglio la pallina (in tivù) e ridurre gli scambi di regolarità pura, di solo contenimento.
Un test di Rorschach applicato al tennis post moderno: la terra di un colore insolito, preparata per essere veloce e instabile, che non permetteva gli scivolamenti laterali più estremi, l’altura e condizioni ambientali inedite per l’ATP (e la WTA) dell’ultimissima generazione.
Alcuni non dimostrarono adattabilità (e minacciarono futuri boicottaggi).
Eppure ci si divertì molto, la finale e così altri match.
Emersero Roger Federer, Tomas Berdych, Juan Martin del Potro, Aleksandr Dolhopolov.
Giocatori che basavano il proprio gioco sui vincenti e non sull’asfissia, lo strangolamento psicofisico, dell’avversario.
Il manto azzurro rivelava, suo malgrado, la strategia commerciale del robotennis.
L’omologazione delle superfici, i materiali sempre più performanti, l’atletismo esasperato, una nuova biomeccanica.
Fattori che rendono secondari, desueti e poco efficaci, i colpi al volo, il chip and charge, la demivolée, il rovescio a una mano.
Tutti, tranne qualche scapigliato, giocano nella stessa maniera.
Così facendo però hanno costruito, esaltato, le rivalità: personaggi mediatici sul proscenio per tutta l’annata.
Un effetto seriale, standard: a gennaio come a giugno.
Un meccanismo da blockbuster replicato in mondovisione, con i gladiatori che rapiscono il pubblico generalista.
La fetta che interessa ai pubblicitari.
Il ribaltamento della prospettiva ha alterato gli albi d’oro e la percezione della storia del gioco, per sempre.
L’esperimento di Tiriac rimarcò il declino estetico del tennis, consegnato ai nipotini inconsapevoli di Karel Kozeluh.
L’anno dopo, un segno dei tempi, per rassicurare lo stardom, si tornò sull’argilla rossa.
Quei sette giorni, rimossi.

11 gennaio 2022
Due capitoli di un’idea editoriale (libricino), rimasta nelle corde.

Sport e Cultura
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