4 luglio, Barcellona
Ventisettesima volta fuori dalla Francia, le Grand Départ.
L’ASO vende (benissimo), all’Europa (mondo), un marchio e la Francia.
In Catalogna, questo fine settimana, c’è il pandemonio.
Lo spettacolo sportivo ai suoi massimi livelli, qui e a Wimbledon: innovazione, storia, brand.
E’ l’ultima passerella di Luca Guercilena come boss della Lidl-Trek, prima di assumere le redini organizzative del Giro.
Il miglior dirigente che si potesse avere in RCS Sport.
Tocchiamo ferro.
Il Tour va studiato, copiato dove possibile, e avvicinato – essendo inavvicinabile.. – con una strategia ambiziosa.
In Catalogna, per avere la carovana gialla, tra Comune di Barcellona, Generalitat de Catalunya, enti e province, l’investimento è stato di 10 milioni di euro.
Marca calcola che il ritorno, esposizione e turismo, sarà sui 130 milioni.
Il giochino funziona, più di tutti.
Perché il primo prodotto è il paesaggio.
19600 metri dal porto verso la collina olimpica.
Si sperimenta la cronosquadre simil Parigi-Nizza 2023, con il tempo reale di ogni atleta: una specie di crono lanciata dei capitani.
L’edizione numero 113 parte con una festa catalana: un milione di spettatori sulla strada.
8 corridori in fila, un trenino che accompagna la sparata conclusiva.
Finale molto tecnico, Montjuic e salita dello stadio, in mezzo una discesa impegnativa.
Ci vuole poco, un cambio malriuscito, un buco, le gambe molli, per andare in tilt.
Il primo psicodramma è dell’ennesima speranza belga, Cian Ujitdebroeks, fiche Movistar dopo due pernottamenti (costosi) alla Bora e alla Visma.

Non sempre l’srm racconta il valore di un ciclista, talvolta lo sopravvaluta.
Cian si stacca in salita, coi compagni che lo aspettano, alle prese con problemi intestinali.
Sagrada Familia e temperature calienti: il fattore X di questo Tour e dell’estate.
Maxi ghiaccioli per gli Alpecin, bacinelle refrigeranti colme d’acqua per i Netcompany.
Il riscaldamento globale, il caldo folle, sono solo effetti.
La causa, presente in qualche sponsor anche alla Grande Boucle, è solo il combustibile fossile.
Avete presente la fiction del foot, nelle Americhe, l’Aramco Cup?
Merdre.
La Netcompany Ineos, che fu Team Sky, è la più specializzata – nell’esercizio specifico – del plotone.
Kévin Vauquelin fora la ruota posteriore, Tobias Foss e Filippo Ganna fanno il Trofeo Baracchi.
L’italiano (un tgv..) impressiona, pianura e salitelle.
Sul Montjuic tanto ciclismo, di era in era.
Due mondiali estivi, vecchio stile, memorabili.
Il ’73 di Felice Gimondi, con la volata da pistard contro lo strapotente Freddy Maertens.
Che, se avesse fatto per sé, non per Re Eddy Merckx, l’avrebbe vinta (facile): sullo sfondo, la querelle tra Campagnolo e Shimano..
Nel 1984, il Giardino Botanico un forno, l’attacco risolutivo di Claude Criquelion, il rilancio della carriera, e Claudio Corti che gli arrivò sulle code.
L’epilogo al 6.5 %, la Visma Lease a Bike pedala insieme, compatta, coordinata, e Davide Piganzoli è l’ultimo uomo prima di Jonas Vingegaard.
Che registra un 21’47” che lo veste di giallo.
UAE Emirates meno esplosiva, Isaac Del Toro a manetta per Tadej Pogacar.
L’accelerazione del Campionissimo sloveno, negli ultimi 860 metri, non basta per colmare il divario coi calabroni.
Vinge 1’26”, 36.1 km/h, 2349 VAM.
Pogi 1’21”, 38.2 km/h, 2485 VAM.
Quinta la Red Bull Bora Hansgrohe con Remco Evenepoel che perde (..) Florian Lipowitz sul mangiaebevi.
La Red Bull è la telenovela più appassionante di questa Festa di Luglio.
9 luglio, Pau-Gavarnie Gèdre
Mezzogiorno di fuoco sui Pirenei, nell’unica frazione della prima settimana che assomigli a un tappone di montagna.
186.2 chilometri, 4100 metri di dislivello e l’uno-due Col d’Aspin e Col du Tourmalet.
Si arriva in un postaccio (..) inedito, a una ventina di km da Luz Saint Sauveur che è cittadina classica dei passaggi della carovana gialla.
Dopo il mostro Tourmalet, una sequenza di discesa, falsopiano e salita pedalabilissima.
C’è odore di bruciato sul bitume, i 28 gradi celsius sui monti (!) sveleranno le forze in campo.
Il Presidente Emmanuel Macron, ospite di ASO sull’auto rossa di Christian Prudhomme, assiste a una partenza techno.
L’approccio di 106 km a metà Giro della Morte è a 45 orari.
Sull’Aspin (12 km al 6.5 %) Ben O’Connor, sarà il caldo (il versante da Arreau è tutto al sole), si isola davanti al plotone e poi rimbalza indietro.
In maglia gialla c’è Torstein Traeen, che sta vivendo un sogno a occhi aperti.
La Uno-X di Thor Hushovd è l’ennesima realtà che sottolinea le fortune dello sport norvegese.
Pro capite, la nazione sportiva numero 1 sul pianeta Terra.
Torsten, nel luglio 2022 era all’ospedale – in oncologia – per curare un cancro testicolare.
In cima al torrido Aspin, le fila tirate dalla UAE Emirates XRG, colpo di reni tra Lenny Martinez e Valentin Paret-Peintre per i punti della maglia a pois.
Calore bianco, febbre gialla, oggi compirebbe gli anni Federico Bahamontes.
Il più grande scalatore puro del Novecento.
L’aquila di Toledo vinse il Tour ’59, si correva per nazionali ma il suo club era la Tricofilina Coppi.
Fausto in persona, prima che l’iberico partisse per la Francia, gli consigliò di spingere il 15 o il 14 per tutta la prima settimana in pianura.

Meglio far (un po’ di) fatica, usare l’agilità per conservare le gambe.
Un bordone tecnico valido pure oggi.
Tourmalet preso allegrissimo dagli emiratini: i segnali di fumo del ras di Komenda sono inequivocabili.
17.1 km, 7.3 % la pendenza media, fino ai 2115 metri d’altitudine del Souvenir Jacques Goddet.
5 UAE scortano Pogacar, ai meno 51 Tim Wellens finisce il turno in fabbrica.
Forano le gambe, tra gli altri, Thymen Arensman, Matteo Jorgenson, Traeen, Jai Hindley, Tom Pidcock, Nicolas Prodhomme.
Il Tourmalet dal lato Nord, quello di Sainte Marie de Campan, non molla mai: ai 3 km dalla stazione di La Mongie cominciano 7000 metri di stradone, dritto come un fuso, tra il 9 e il 10 % abbondanti.
8.5 alla vetta e Brandon McNulty sostituisce Felix Grossschartner come littorina, la Visma per Vinge appare corta (..).
18 km/h e 16 corridori rimasti nel plotone.
Dalle gallerie aperte, mollano Richard Carapaz e Tobias Johannessen.
Ai 43.1 la scena madre: stilettata del delfino Torito con Pogi a ruota, panico degli avversari.
Attraversando La Mongie, a 42.7 km, il capitano Tadej se ne va.
Nella striscia che fende il pubblico, esaltato, braccio di ferro Pogacar vs Vingegaard.
Caschetto Rosso fa una cronoscalata, controlla (si fa per dire..) il campione iridato.
Paul Seixas terzo uomo, per l’entusiasmo bleus riprende Del Toro e Lipowitz.
Ai meno 2 dal Tourmalet, la smorfia del Re Pescatore segnala il suo (lieve) calo.
Evenepoel a 1 minuto e mezzo.
Azzardo Tadej, a 500 metri dallo scollinamento, furore (suo) e nudismo (di uno spettatore).
Sul cucuzzolo, acqua in testa, Jonas a 30″, poi il vuoto.
Moviola dell’attimo fuggente.
17 chilometri d’ascesa a 6.4 w/kg, 410 watt stimati di media.
I compagni avevano portato Tadej a La Mongie a 6 w/kg.
Ovvero intossicando le gambe di tutti, eccetto quelle di Pogi – che è in zona 3 – e di Vinge.
I cambi al comando dell’UAE.
Wellens 8’13”, Grossschartner 10’33”, McNulty 8’38”, Adam Yates 2’35”, Del Toro 30″.
Pogacar realizza uno spaventoso 43’14” pedalandone 12’40” in assolo.
I due rivali hanno fatto 7.2 w/kg per 15 minuti, appaiati o quasi.
Gli ultimi 5000 metri, insieme alla discesa, hanno scavato il solco.
A 1’25” Torito, Polo e Lipo.
A 1’48” Remco e una banda di sopravvissuti.
Lo sloveno, nella picchiata (pericolosa nel tratto iniziale), per evitare la replica di Bernard Hinault 1986 che esagerò e venne ripreso e staccato da Greg LeMond e Urs Zimmermann.
Il margine sul danese raddoppia, Strava rileva 72.2 km/h di media dell’iridato.
100.2 la velocità massima, 39″ guadagnati sul vincitore del Giro ’26.
Traaen, 8 minuti dietro, si arrota col compagno Anders Johannessen.
Rimane sull’asfalto, nel tornante, soccorso dal servizio medico e dall’ammiraglia.
Risale in bici dopo 10 minuti.
A Luz Saint Sauveur, 19 km allo striscione, Pogacar ha 1’11” su Vingegaard.
I rimasugli del plotone Evenepoel si uniscono al trio gioventù Torito, Polo e Lipo a 1’40”.
Tadej sta bastonando il Tour de France.
Traaen sotto un acquazzone fantozziano, un quarto d’ora più su il sole splende sull’arcobaleno di Pogastar, che disputa un Gran Premio delle Nazioni.
32 orari sul 5 % di pendenza.
Il Cirque de Gavarnie si gode la sua mondovisione.
140000 euro per una visibilità ineguagliabile.
Gli Alti Pirenei, 377 abitanti e milioni di persone tra strada e tivù, che scoprono uno scenario patrimonio UNESCO.
A 7 km da Gèdre, comparazione Tadej e Jonas: il primo mulina ad alti giri, il secondo incatramato sulla catena.
Mezz’ora di cattivi pensieri del leader Visma.
Nel Parco Nazionale, un anfiteatro di montagna, pecore, cavalli e falchi, Pogacar realizza la sua personalissima Luchon-Mourenx.
41.1 km/h, Vingegaard – consumato – a 2’38”.
Quasi raggiunto, a 2’57”, da Torito che precede Remco, Polo, Lipo, Juan Ayuso, Mattias Skjelmose, Martinez e Sepp Kuss.
In casa Red Bull ci si diverte con poco: Evenepoel si lamenta con Lipowitz per alcuni cambi rifiutati.
Dal venticinquesimo, il tosto Mathias Vacek, siamo già a 11′.
Pogacar, grazie al Tourmalet e al caldo feroce, ha scavato un Grand Canyon.
Il primo tricolore, Piganzoli, è un domestico, Antonio Tiberi, stellina Bahrain Victorious, becca 19’36”.
Considerando il disegno post moderno del 113, nervosissimo, a portata di scatti e highlights, Thierry Gouvenou ammette la sorpresa nel vedere il (suo) piano sbriciolarsi.
“Per la suspence della gara, si può dire che è un fallimento. Ma anche questo fa parte del ciclismo.
Questo è Pogacar. E’ talmente forte da adattarsi a qualsiasi tipo di percorso.”
Traeen, testa alta, morale sotto le tacchette, arriva scortato da Johannessen a 29’55”.
Commozione cerebrale e quattro costole fratturate.
Nelle foto dal pronto soccorso e dall’albergo, Torstein sembra un Cristo (ciclista) in croce.
L’ex maglia gialla è scapolo, chiudiamo con un msg del compagno Johannessen.
“Aggiornamento sulla ricerca della ragazza per Torstein.
E’ molto importante che tu non sia affatto divertente. Non farlo ridere.
Perché ora ha 4 costole fratturate e una commozione cerebrale.
Tra le candidate avrà un vantaggio chi ha una macchina e può andare a prenderlo all’aeroporto nei prossimi giorni.
E’ stato un piacere essere tuo compagno di stanza e i giorni che abbiamo vissuto in giallo sono giorni che non dimenticheremo ami.
Rimettiti presto, campione!”
12 luglio, Malemort-Ussel
Una tappaccia nervosissima nel verde Limosino, con inserti (contemporanei) di giallo, di erba bruciacchiata.
2792 metri il dislivello, 4 gpm, nessun colle da grimpeur ma una mini Amstel Gold Race, di 154.6 chilometri, corsa a 40 gradi all’ombra.
Oggi si è fatta la (piccola) storia del ciclismo.
Per la primissima volta, in una regione con l’allerta rossa per la canicola, tagliati 31 km – quelli iniziali – di fornace.
Quando ieri Gouvenou l’ha comunicato a Pogacar, durante le premiazioni, l’iridato lo ha ringraziato a nome del gruppo.
A proposito, “canicule” (dal latino) deriva dalla volta stellare durante i mesi estivi: nella costellazione del Cane Maggiore, la stella Sirio è la più luminosa.
Meno poetico, “Hundstage” (in tedesco, i giorni della canicola) di Ulrich Seidl uscì nel 2001.
Uno dei film più feroci e predittivi del nuovo secolo.
Se il solleone dà alla testa, una frazione così è una corrida senza spade.
Lo standard fuori categoria del Tour si legge meglio in queste 3 ore e mezza volate.
Uscire dal gruppo, creare una fuga, è già un’impresa titanica.
46 orari la prima ora, scavalcando la Cote de Naves, in un festival del mangia e bevi.
Tra i fugaioli DOC Pidcock, Quinn Simmons, Alex Baudin, Tobias Johannessen, Paret-Peintre, Lennert Van Eetvelt.
Ai 97 dalla fettuccina l’imperatore Mathieu van der Poel, verso Saint Augustin, decide che è ora di unirsi al carnevale.
Ieri ha fatto il pesce pilota a Jasper Philipsen sul traguardo, trafitti allo sprint dalla freccia Tom Merlier.
Il Mago belga della scia, della limata e dell’accelerazione col Tempo perfetto: a Bergerac, negli ultimi 600 metri, ne ha sorpassati 11.

Agli 82, MVDP sgassa sul gruppetto Pidcock salendo il Suc au May con una facilità irrisoria.
Dietro, confusi e felici, tira e molla degli egemonici UAE di Re Pogi.
Un po’ il casino delle comunicazioni radio, il risparmio energetico dei dromedari (..), un po’ il rispetto della giungla: quando i fuggitivi sono a (meno di) un minuto, gli emiratini mollano la rincorsa.
Netcompany Ineos per Ganna e Lidl-Trek, riassorbiti i Simmons e i Derek Gee, per Mads Pedersen, li rimpiazzano.
Perché davanti van der Poel è in versione mattatore e seleziona, uno strappo alla volta, la compagnia.
Futuro babbo, la moglie Roxanne ha annunciato il lieto evento, il surfista è allo zenit assoluto della carriera.
In Svizzera, a giugno, volava.
Questa primavera, alla Parigi-Roubaix, un diamante.
Si guarda la luna (la performance), non il dito (il risultato).
Dopo il pasticciaccio brutto di Arenberg, van der Poel ha rimontato 2 minuti (!) agli altri due mostri, Pogi e Wout van Aert.
Dries De Bondt era con lui a Pont-Thibaut a Ennevelin e in un podcast ne ha raccontato il gesto atletico: in 1400 metri di pavé è andato via come un motorino, sparendo dietro le auto e la folla.
Oggi pomeriggio, sul Mont Bessou, gli otto fugaioli – uno più sette – diventano quattro – uno più tre – scremati dal figlio di Adri.
Che si trascina dietro Pidcock, Baudin e Johannessen.
Mentre i Netcompany riprendono i fegatelli, van der Poel calibra il vantaggio.
A Ussel, ai piedi del Massiccio Centrale, nonno Raymond Pulidor correva e vinceva – una regola fissa di quelle esibizioni – un criterium post Tour.
Negli anni ’60, il Limousin apparteneva sentimentalmente a Pou Pou.
Il nipotino si incarica di tirare il doppio, rispetto agli altri, per non farsi assorbire dal gruppo in rimonta.
Pidcock, che ha problemi col cambio elettronico, appena Mathieu accelera gli lascia due bici di vantaggio.
Sul rettilineo in ascesa al 4-5 %, MVDP regala il successo alla Alpecin e uno spot pubblicitario gratis del ciclismo totale.
1433 watt sprigionati nei 5 secondi di volata.
Precede l’ennesimo (..) Johannessen, Pidcock e Baudin.
A 120 metri Pippo Ganna con la gambona, la maglia verde Pedersen, Michael Matthews e la truppa della maglia gialla.
Sudore e ardore: 36 gradi all’arrivo, 44.628 la media oraria.
Si racconta di 450 chili di ghiaccio consumati e della crioterapia di un Seixas a – 130 gradi.
Fino a oggi, la temperatura media registrata nelle 9 frazioni è uno spaventoso 32.4 gradi celsius.
Il Tour più caldo, nel 2022, fece 25.9.
18 luglio, Mulhouse-Le Markstein
Sabato del villaggio, indiani ovunque, in una terra di eterno confine.
I Vosgi sono il piatto ricco del penultimo fine settimana.
Il plotone ci arriva a velocità folli.
La tappa numero 11, Vichy-Nevers, vinta a sorpresa da Soren Wearenskjold, autore di un testacoda simil Gronchi Rosa (a Le Lioran, ultimo a 41’45”), a 50.91 km/h.
Primato assoluto nella storia della Grande Boucle, battuta la Laval-Blois 1999 di Mario Cipollini a 50.4 orari.
La 12, Magny Cours-Chalon sur Saone, planata a 49.095.
Tredicesima frazione, Dole-Belfort, 206 chilometri col Ballon d’Alsace, ancora più tirata – 49.999.
Il 18 luglio è una data agrodolce per gli italiani.
Ci ricorda il compleanno di Gino Bartali, che era fatto dal sarto per quei Tour massacranti e avrebbe potuto vincerne 10, e quel pomeriggio cupo – sotto il sole dei Pirenei – di Fabio Casartelli nel 1995.
E poi Carlo Tonon, che nel 1984, scendendo dal Col du Joux Plane si schiantò contro una cicloturista.
Pronti via con l’acquazzone estivo.
I corridori sono contenti, della doccia dal cielo.
I monti, quando smette di piovere, chiamano gli assaltatori.
Pidcock, che ieri ha rubato (..) 8 minuti ai big, ci riprova.
155.3 km e 3800 metri di dislivello, un bel rebelot.
Strategie parallele, tra Grand Ballon e Col du Page.

L’EF per Carapaz, la Visma per accendere la miccia.
Prima del Ballon d’Alsace bis, nella discesa del Col du Page, 13 chilometri nella boscaglia, ripiove.
Anzi, diluvia.
In avanscoperta, vecchie conoscenze: Parte-Peintre, Einer Rubio, i gemelli Johannessen.
Nel Cantal i due hanno postato sui social le foto della stanza d’hotel, una stamberga tipica di quella zona della Francia, preferendo dormire sul balcone.
Gli Alpecin, stesso albergo, sottolineavano le differenze di trattamento coi colleghi pallonari, i milionari tatuati.
Persino alla UAE è mancata l’aria condizionata: chissà se il Pod, un coprimaterasso inventato da un italiano (Matteo Franceschetti), funzionava.
Re Pogacar dorme 8 ore con Eight Sleep, un sistema refrigerante che si basa sul rispetto di una temperatura ideale.
A Saint Maurice sur Moselle spunta il sole, Carapaz e Ben Healy si incartano in una curva.
13 a bagnomaria lungo il Ballon d’Alsace, tra i capintesta e il plotone capeggiato da UAE e Red Bull.
Paret-Peintre pois virtuale, che manco con la vecchia maglia di lana sorpasserebbe i 50 chili.
Jorgensen e Pidcock rientrano nei ranghi del patron in giallo, a 2′ dai fuggitivi.
Bacini artificiali, foreste, castelli, Alsazia e nomi germanici: qui si è fatta tanta Storia, ovvero tante guerre.
Ai meno 32 colle gratis di Hundsluck, senza punti per la classifica degli scalatori, e la media è ancora sopra i 40 km/h.
Oggi niente musette per alleviare la calura, Grossschartner littorina gialla.
Il Col du Haag è una salita inedita, una strada inventata per la bicicletta.
Saint Amaurin un limbo dell’agroturismo ciclistico.
L’Haag (11.2 km, 7.3 % pendenza media) sale a gradoni, prologo tosto, sezione di riposo (..) e dalla Vole verte una bella parete fino al gpm.
La Lidl sta correndo, bene, per la classifica a squadre.
A Moosch il cimitero militare testimonia quella Storia.
Pubblico in ogni pertugio possibile: sul Massiccio Centrale, qualche fischio e un po’ di “buuh” rivolto a Pogi e ai suoi.
Nell’almanacco della Festa di luglio, tra il Col d’Aspin 1950, il Puy de Dome 1975 (quando Eddy Merckx prese un pugno da uno scalmanato) e certe edizioni soggiogate dal Team Sky (chiedete loro cosa accadeva in certi passaggi..), si è sperimentato di peggio.
L’attacco del colle è agitato da tre vagoncini: UAE, Visma e Decathlon.
Davanti, come previsto, si isolano il norge Tobias e l’andino Richard.
Seixas suggerisce il ritmo, alto, a Prudhomme che pare fiaccare Ayuso e Del Toro.
Una lingua d’asfalto e spettatori in doppia, tripla, fila: musica concreta a decibel sparati.
Sale ai meno 14 Kuss, sul 10 % a 18 all’ora, e nel plotoncino Pogi rimangono 11.
Carapaz nei carruggi di Geishouse, dove parte un risciacquo, Johannessen a una decina di secondi mica si arrende.
Due cagnacci, quando comincia la ciclabile vengono inghiottiti da un mare di folla.
Agli 11 scattino Lipo e Polo, Vingegaard li sorpassa con Pogacar a ruota: fanno sul serio, Evenepoel si scolla..
Dal Virage du Hibou il tratto molesto, 1700 metri all’11 %.
A 2 chilometri dal gpm, un tornante sulla sinistra, la Curva del Gufo al 16 %.
Aperta di Caschetto Rosso, vengono ripresi i due.
A 7.4 dal traguardo Pogacar – controllata la posizione di Del Toro – parte nel punto più duro.
15 km/h sul 12 %, Vinge non reagisce.
Nella baraonda, uomini, donne, bambini, pupazzi, uno alla volta i corridori tagliano il pubblico come fosse una torta a strati.
Sul Col du Haag, una festa, Pogastar ha 20″ su Jonas e un sempre più convincente Paul e Torito non troppo distante dai due.
A 47″ Evenepoel, Ayuso e Lipowitz.
23.9 km/h lo sloveno, 23.6 la matricola francese, le medie orarie della salitaccia.
60 orari di Tadej nel pianoro: una macchina umana su mezzo ciclistico d’alta tecnologia.
Vinge nella morsa dei ragazzini: Isaac 22 anni, Polo 19 e mezzo.
Nel 2023, contro il danese e l’allora Jumbo, fu un premio di consolazione, stavolta Pogi affastella dobloni.
38.8 la media del dominatore, il delfino messicano a 34″ davanti a Seixas, Vinge a 44″, Evenepoel (in progressione) a 50″ con Ayuso e Lipo. Chapeau a Carapaz a 1’18”.
Sul falsopiano, all’arrivo, ci saranno 15000 spettatori.
Il podio della frazione ha un’età media di 23 anni e 161 giorni.
Mai un corridore così giovane, Polo non ha ancora 20 anni, aveva indossato la maglia di una classifica specifica: nel suo caso, quella bianca.
RADIO TOUR
Sequenze e frequenze.
Tam-tam di Le Parisien, la domenica mattina, sui controlli antidoping nella notte ai primi due della GC.
Vingegaard alle 2 di notte, Pogacar alle 5.
Figli di un dio minore, i ciclisti.
Il Re Pescatore, a 21 km dall’arrivo della Champagnole-Plateau de Solaison, alle 17 del pomeriggio, quinto della fila Visma, in località Amancy scivola in una curva a destra con spartitraffico.
Frattura alla clavicola, lacrime.
Si interrompe così la striscia di 1-2 Tadej-Jonas, sui primi due posti del podio a Parigi, dopo 5 anni.
La sera, alla cena (mesta) dei calabroni, Vingegaard – braccio al collo – si presenta con dei burger e della patatine, li offre alla truppa e mangia con loro.
..
Un po’ di comunicazioni radio alla Grande Boucle.
Ammiraglia Soudal Quick-Step: “If you can trust the ipads and weather models, it should not rain.”
Meno di un’ora e piove..
GPM del Col de la Croisette, comunicazione Lidl-Trek all’incipit: “Pay attention for positioning because on the next climb it’s full and full of people. A lot of people!”
Epilogo del Plateau de Solaison, frequenza UAE.
“Can I go progressive?” (Pogacar)
“Don’t drop me!” (Del Toro)

Vorremmo commentare della querelle tra Lega Ciclismo e FCI, della strage (silenziosa e silenziata) dei ciclisti (cicloturisti) sulle strade italiane, di un paese ridotto a capponi che si beccano.
Ce la caviamo con questo aneddoto.
“Una Fiat 1100 decapottabile. Siamo nel 1938, prima della catastrofe della guerra. Aurelia, non c’erano le autostrade a quei tempi: c’erano le lucciole, il mare sapeva di mare, la strada era tortuosa, piena di curve.
Gruppo di ciclisti, al volante un amico di mio padre, ricco con macchina convertibile. Al fianco, mio padre, dietro io, mio fratello, mia madre e la moglie di questo amico.
L’amico suona 2-3 volta imperiosamente perché insomma, i ciclisti erano in branco, non lasciavano superare.
I ciclisti si fanno sorpassare, protestando con qualche anatema e mio padre, quando li superiamo, si alza e dice: vigliacchi! E puh. Ha sputato.
Abbiamo girato la curva e c’era il passaggio a livello chiuso. Siamo stati circondati dai ciclisti e io e mio fratello abbiamo visto con orrore mio padre che è stato estratto, estratto proprio.
E ha detto: non sono stato io.”
(Paolo Villaggio)
24 luglio, Gap-Alpe d’Huez
Baraonda e delirio sull’Alpe d’Huez.
Più che uno stadio all’aperto, la Due Giorni sull’Alpe è una Woodstock a pedali, birre, bandiere, costumi improbabili, scritte sull’asfalto, striscioni e smart.
Da mo’ questo successo pop è anche un problema: di ordine pubblico, igienico (..) e di spazi.
Gli accampamenti sono cominciati la domenica de L’Etape du Tour con 16000 amatori sul percorso.
Ieri alle 14, visto l’assembramento, si è già chiusa la strada dopo Bourg d’Oisans.
I mezzi autorizzati, nell’ingorgo, alla sera ci mettevano 7 ore a percorrere 14 chilometri..
Nel 1997, calcolammo circa 400000 persone tra arrivo e fondovalle, stavolta il mezzo milione è approssimato per difetto.
L’effetto Seixas si somma alla febbre gialla.
Tappina (..) compressa, 128 chilometri, coi fuochi artificiali della salita più iconica del mondo nel finalone.
E’ il secondo anno consecutivo che ASO disegna tre settimane di elettrocardiogramma impazzito.
Il risultato sono 19, oggi è la diciassettesima, classiche in linea.
42 orari di media generale, mezzo gruppo che si stacca – sfinito – dopo le vernici motociclistiche delle prime ore.
Mettere 5450 metri di dislivello, il sabato prima dei Campi Elisi (passando da Montemartre tre volte), è sadismo.
Intanto Lipowitz è andato a casa, cadendo nella crono del lago Lemano, semplificando il compito a un Evenepoel pimpante.
In casa UAE semaforo arancione (..).
Sean Yates da martedì combatte con la gastroenterite, McNulty – sad but true – si è ritirato ieri dopo che, a Evian-les-Bains, era stato arrotato da un deficiente a quattro ruote.
Tim Wellens, virus intestinale pure lui e sali sparsi sui vestiti, a Orcières Merlette ha beccato tre quarti d’ora da La Locomotora del Carchi targata EF.

Quarant’anni fa, sembra l’altroieri, l’arrivo mano nella mano di Hinault e LeMond.
Quel Tour ’86, del quale si scrisse in un libro, fu l’apice e l’inizio shakesperiano della fine de La Vie Claire.
Lo squadrone di Bernard Tapie che fece tremare il mondo e cambiò molte dinamiche, economiche, nel plotone.
Il Tasso attaccò nella discesa del Col du Galibier, “l’américain” rischiò la pelle per raggiungerlo.
Isolarono Urs Zimmermann, che in salita andava (più) forte: nella valle verso l’Alpe, dopo la Col de la Croix de Fer, il capitano della Carrera rimase solissimo, con la sconfitta addosso, e i due (litiganti) ebbero la meglio.
La scenetta sul traguardo fu concordata e ispirata da Tapie.
Per quelli che si lamentano dell’UAE (o della Visma): La Vie Claire chiuse quella complicatissima Grande Boucle con 4 corridori nei primi 7, inclusi la maglia bianca Andrew Hampsten (quarto) e il gregario extralusso Niki Ruttimann (settimo).
Con gli emiratini a corto di energie, l’ultima settimana è il Giorno della Marmotta.
Vanno via in tanti, senza particolari autorizzazioni: oggi, 42 dei 162 rimasti.
Fugaioli per la gloria (Martinez, Arensman, Kuss, Rubio, Carapaz sempre e comunque), per i punti rossi morbillo (Paret-Peintre, ancora Carapaz, Tobias Johannessen), per i punti della verde ramarro (Pedersen, Matthews), qualcuno da eventuale sponda (Yates, Marco Cattaneo, Benoot).
Quinn Simmons poiché si annoia in gruppo.
A 50 chilometri dall’Alpe, Nils Politt capotreno e qualche Red Bull (cortesia ricambiata di Remco a Tadej per domenica scorsa..) a 4′, per non far fuggire troppo gli scapigliati.
Il Col d’Ornon è l’antipasto della grande abbuffata.
Paret-Peintre, Jorgenson, Piganzoli, Tiberi fondono i garon.
Grossschartner traina 10 (!) corridori del plotoncino maglia gialla, per far capire l’antifona.
L’Alpe d’Huez è uno stato fisico e mentale, un serpentone d’asfalto esposto al sole e coperto dalla folla.
Inaugurata dal Campionissimo Fausto Coppi nel 1952, 13.8 chilometri all’8.1 % medio, 21 tornanti, parte subito cattiva al 10 % su un rettilineo con la roccia, sopra, a destra e Bourg d’Oisans, sotto, a sinistra.
Vacek e Pedersen, dai resti dell’azione della giornata, per Skjelmose, prendono l’Alpe manco fosse il Poggio.
3’10” dalla testa e il primo big a cedere è proprio il Lidl-Trek Ayuso.
Ai 12.5 dalla fettuccina, all’altezza di un tifoso del Borussia Moenchengladbach, comincia il Pogi Show.
Fa Pac-Man, si mangia chi incontra lungo la via: ai meno 10 innesta la marcia più alta, modalità cronoscalata.
Incontra Yates che lo scorta per 2000 metri.
Carapaz, Martinez e Kuss capintesta, 2 minuti e mezzo avanti, si corcano di scatti dispettosi.
Senza uno straccio di accordo, facilitano il lavoro della funivia su Colnago che fa i 22 orari sull’8 %.
Gli indiani, vedendo la maglia gialla, impazziscono.
Seixas, Evenepoel, Del Toro, Skjelmose, Cattaneo sono già a 1’10” dall’alieno.
7 km al traguardo, in un corridoio di scalmanati, i tre amigos hanno ancora 1’24” su Pogastar.
Dutch corner stipato in ogni (dis) ordine di posto: Miguel Martinez, il babbo, bagna Lenny Martinez, il figlio.
Ennesima coltellata (..) di Carapaz, si passa facendo lo slalom speciale.
La Gendarmeria è insufficiente per contenere la folla folle. Accade poco rispetto al muro di tifosi.
Rubio, sorpassato da Pogacar, si schianta contro la vettura UAE costretta a inchiodare, all’improvviso, a causa di un ubriacone in mezzo alla strada.
20 punti di sutura, al viso, per il colombiano.
Pogi, dopo 500 metri di apnea facendo il vigile urbano o Mosé, si salva (..) entrando in zona transenne.
Come dirà Del Toro: “A un certo punto ero preoccupato del pubblico.”
Nel 1981 Hinault in giallo gelato (lo sponsor della maglia era Miko), fece una rimonta dimostrativa.
Se Pogacar rulla a 90 pedalate al minuto, il bretone spingeva di forza i rapportoni.
Sulla montagna degli olandesi, giunse a 8″ dalla lepre, il rosso Ti-Raleigh Peter Winnen.
Vedendolo in (piena) azione, il cittì Alfredo Martini esclamò, ammirato: “E’ una bestia.”
Osservando lo sloveno, vediamo un mostro.
A proposito di teletubbies, fan vestiti in maniera circense e improbabile, scorti: orso a pois, leoncino simil Drooper, Mighty Mouse gonfiato (steroidi?), cane in maglia verde, volpe che sembra la Pimpa, gallinone, unicorni azzurrini, maiale plasticoso.
Nel gruppetto (molto) dietro, tra passistoni, van der Poel distribuisce gommose Haribo.
Marco Frigo, in un tornante, si ferma dal suo fan club e un tizio accende una motosega.
Ai meno 3 Richie scappa, Pogi (che vede) gestisce, i palazzi del villaggio all’orizzonte.
2 minuti più giù, Remco stacca Torito che stacca Polo.
Ai 1800 Tadej prende Richard, con Lenny accovacciato all’ombra del patron.
Alla fiamma rossa, sull’ultimo tratto disponibile di salita, Pogastar li stacca dalla ruota.
Il freak trionfa nel baccano, Martinez (che se avesse collaborato, con gli altri due, avrebbe vinto..) a 6″, Carapaz a 9″.
Per i soli parziali, Pogastar 35’26” (Marco Pantani 1995, 36’50”), 14 ripresi, farebbero 6.8 watt al chilo, 1910 di VAM.
Solo a Plateau de Beille 2024 fece meglio, in matematica, ma lo scenario di questa Alpe è un’altra dimensione.
Kuss a 1’14”, Johannessen a 2’07”. Poi, uno in fila all’altro, Evenepoel a 2’29”, Del Toro a 2’41”, Skjelmose e Seixas a 2’45”.
Pogacar, Martinez, Evenepoel, Seixas: il Giro della Lunigiana è la Sibilla Cumana.
Ayuso, 17° a 6’26”, stravolto dalla fatica, aiutato da Simmons, crolla sulle transenne.
Statistica fausta: Pogacar, come solo Coppi ’52, è passato primo sul Tourmalet e (vinto) all’Alpe d’Huez.
Nel post gara incrocia e saluta Polo.
“You’re insane, mate!” dice il francese.
Remco gli chiede: “You won?”
POGI NUMBER 5
La manita di Pogacar andrebbe contestualizzata, in questo ciclismo totale, esasperato e freak.
La quinta di Jacquot Anquetil, nel 1964, fu un romanzo flaubertiano: il fuoriclasse normanno corse contro Poulidor e il sentimento popolare.
Il quinto Tour di Hinault arrivò di prepotenza, nella prima parte, e mestiere, proprio e altrui.
Dopo la caduta a Saint Etienne, furono le prebende di Tapie (a Lucho Herrera e ai colombiani, in primis) e il ruolo (forzato) di paggio di LeMond a salvare la baracca.
In una Grande Boucle priva del dominatore dell’edizione precedente (Laurent Fignon).
L’asterisco gigante sul Darth Vader texano ci ricorda il 2003 del centenario: la Festa di Luglio più esaltante di Epolandia.
Canicolare, feroce, drammatica (la caduta di Josefa Beloki): l’innominabile vinse malgrado uno Jan Ullrich rinato (e senza squadra..), la Telekom arrembante.
Il Miguel Indurain 1995 era allo zenit e pareva, in quel ciclismo robosport, imbattibile.
Fu un Tour tosto, agonisticamente, la remontada su Alex Zuelle del Faraone salendo La Plagne, i numeri di Pantani, ed emotivamente: Lance Armstrong, prima di diventare Darth Vader, che a Limoges ricordò Casartelli.
Forse il 1974 di Merckx è il più avvicinabile a questo.
Fu scontato, il Cannibale lo gestì e lo digerì (7 tappe vinte più la cronosquadre), anche se – qua e là – apparvero i primi segnali di un declino prossimo.
Il Pogi ’26 è sembrato invece inscalfibile, alieno allo stress psicofisico del circo volante, a pedali.
Quei 20 watt in più, esibiti alle Strade Bianche, sono l’ennesima evoluzione di Tadej che, al pari dei due Van, sta mostrando che un po’ (più) di massa può cambiare il giochino.
Gastrocnemio più sviluppato, migliore trasmissione della potenza attraverso il ritmo (elevato).
Energia elastica, esplosiva quando occorre, che ci allontana dal modello quasi anoressico che si era imposto negli anni ’10.
Non occorre Nostradamus per leggere il futuro, prossimo e anteriore.
Pogacar è classe 1998 (settembre), Evenepoel 2000, Del Toro 2003 (novembre), Seixas 2006 (settembre), Martinez 2003.
Remco, Paul e Isaac succederanno al Re sloveno, prima o poi.
Il ciclismo d’élite non è un lavoro per vecchi.
..
I 600000 sull’Alpe sono stati la ciliegina sulla torta di un colossal campione d’incassi.
Che produce un immaginario potentissimo.
Il ciclismo è il Tour, il Tour è ASO.
Marie-Odile Amaury, la matriarca bastone e carota, conduce il Gran Ballo con una visione nuda e cruda del giocattolo.
375 milioni di euro di ricavi, utili a 131 milioni triplicati in meno di dieci anni.
Griffe, diritti tivù, carovana pubblicitaria, Grand Départ, rapporti istituzionali e politici: il flusso è senza soluzione di continuità.
Gli attori, i ciclisti e i team, si devono accontentare delle briciole, degli avanzi della tavola imbandita.
Con un fatturato che sfonda ormai i 200 milioni, almeno 98000 euro – per transennare e mettere in sicurezza l’Alpe d’Huez – si potrebbero trovare.
Si deve ammettere che questo marchingégno viaggia parallelo, ma in direzione opposta, a tanto sport professionistico.
Il Tour è innanzitutto un patrimonio culturale, francese (ed europeo), oltre che un affare economico.
Questa biodiversità, un ossimoro (conservazione e avanguardia), brilla di luce propria. C’è più Sport nel circuito parigino di domenica, la Cote de la Butte, gli Champs-Elysées, che in tutta la Coppa del Mondo pallonara kayfabe.
“Santé!”

