DIARIO DEL GIRO 2026

DIARIO DEL GIRO 2026 / TACCUINO

9 maggio, Burgas-Veliko Tarnovo

La Festa di Maggio, la nostra (mica della maggioranza degli italiani), comincia in Bulgaria.
Da quelle parti sarebbe l’evento sportivo più importante mai ospitato.
11 milioni di euro sull’unghia, per l’entusiasmo di RCS Sport che – nel Bel Paese – ha una fila discreta di comuni morosi.
Ieri a Burgas, volatone con tombola annessa, cortesia di un restringimento stradale (malandrino).
A 600 metri dalla fettuccina, nel marasma, 11 davanti e dietro un tappo di girini e biciclette.
Ha la peggio Matteo Moschetti, commozione cerebrale e addio al Giro: i 184 atleti diventano 183, i 41 italiani (primato negativo di sempre) diventano 40.
Si impone Paul Magnier – 1710 watt e 66.9 km/h gli apici negli ultimi 200 metri.
Il texano di Grenoble, 22 anni, è già alla vittoria 27 della carriera.
La Soudal Quickstep sta tornando, piano piano, Wolfpack.
Rigettato il corpo estraneo Remco Evenepoel e il padre agente Patrick, si punta agli sprint, in attesa delle classiche.
In ammiraglia è tornato Marcel Kittel, che per un quarto d’ora warholiano fu il miglior velocista del mondo: si ritirò presto, spossato dalla pressione, oggi pare felice.
Venerdì Mar Nero e colza, una sgambata certificata dall’srm di Johannes Staune-Mittet: 42 all’ora, 92 la frequenza cardiaca media (!), 168 i watt, 108 di Training Stress Score.
Per un professionista, sotto i 150 è una gita.
“3 ore e mezza di allenamento” dichiarava Jonas Vingegaard, con l’appartamento, in mezzo ai suoi, in fondo al gruppo.
Oggi si arriva in quella che fu Tarnovgrad, nel Medioevo, attraverso 2348 metri di dislivello e l’acciottolato a pepare il finale.
15 anni fa se ne andava oltre, scendendo il Passo del Bocco, Wouter Weylandt.
Il lutto al braccio dei Lidl Trek e l’assenza del numero 108 dalla lista ce lo ricordano.
Si parte col sole, poi pioggia e 15 gradi, una tappaccia.
Ai meno 23, in discesa a 80 orari, sul lato sinistro alla ruota di Mikkel Bjerg quasi tutti giù per terra, sull’asfalto.
Wilco Keldermann è mezzo body e mezzo nudo, Adam Yates si rialza sanguinante e nero come il carbone, Jay Vine finisce sotto il guardrail.
Santiago Buitrago è malconcio, Derek Gee dolorante, Adne Holter si tiene la clavicola, Andrea Vendrame dopo 5 minuti di sosta si rimette in bici.
Mestiere bellissimo e di merda, il ciclista.
La strada sembra con la schiuma di sapone: gara neutralizzata, aspettando le ambulanze.
Ai 18, restart puntando il KM Red Bull, i Netcompany (gli Ineos..) menano i resti del plotone.
Puntando il Passo del Monastero di Lyaskovets, Davide Piganzoli porta su il capitano Vinge: ai 600 metri dal gpm, 1’34” di crepuscolo e bosco, Caschetto Rosso ci prova, alla seconda sgassata fa a pezzettini il trenino.
26.2 km/h, punta 43.8 km/h, 520 watt di media, 780 di max, sui 6.7 % di pendenza.
Rimangono in tre, mucchi di girini sparsi qua e là.
Giulio Pellizzari e Lennert Van Eetvelt col favoritissimo della Generale.
Discesa bagnata, tra gli inseguitori Felix Gall fa le curve quadrate in onore di Alex Zulle.
Sullo strappo in pavé, 100 pedalate al minuto (facili) del Re Pescatore.
Dietro scatta Jan Christen, uno dei pochi fuori dalla mattanza in casa UAE Emirates XRG, e li riprende all’ultimo chilometro.
Gli altri rimontano ai 500 metri.
Nella città degli Zar, Christian Scaroni pilota Guillermo Thomas Silva: tappa e maglia XDS Astana, di mezza ruota su Florian Stork e Giulio Ciccone.
Primissimo uruguaiano a vincere al Giro, stessa cosa per il rosa indossato.
Il Giro ’26 è già esploso, sono bastate una semicurva scivolosa e 3 chilometri all’insù a manetta.
Bollettino medico: Yates e Vendrame, più duri del tungsteno, giungono a Veliko Tarnovo pedalando.
Il gemello a 13’46”, nel vascello dei feriti, il veneto ultimo (centosettantanovesimo) a 17’30”.
Abrasioni, lacerazioni all’orecchio sinistro e una commozione cerebrale per The Shadow.
Frattura di tre processi lombari, il referto di Vendrame.
Alla UAE più che piovere, grandina: Vine si è pure fratturato il gomito, Marc Soler il bacino.
Il ciclismo è una guerra senza armi, contro gli agenti atmosferici e i limiti dell’uomo (della paura, della cinetica), su un guazzabuglio di piste e sentieri che tagliano la Terra: e i corpi e le bici sono proiettili, caricati a salve.

13 maggio, Praia a Mare-Potenza

Ieri a Cosenza, in una frazione bonsai (138 chilometri), sono sufficienti Cozzo Tunno, la prima salita lunga del Giro 109, e la Movistar a menare (con un Lorenzo Milesi stile locomotiva) per ridurre a brandelli il gruppo.
Magnier, di ciclamino bardato, ultimo sprinter ad arrendersi, ha fatto i primi 5 km del gpm a 23.6 orari, velocità massima 35.9 all’ora, potenza media 420 watt e 790 di max.
Il francese ci impiega 12’59”, Sepp Kuss (9 chili in meno) 12’10”, media 25 km/h, a 390 watt di media: quei 30 watt risparmiati, andando (molto) più forte, ci spiegano le caratteristiche differenti e la versatilità richieste nell’esercizio della bici.
Che prevede quasi tutte le discipline, e i genotipi, dell’atletica leggera insieme, nella stessa competizione.
Due pallini due.
Magnier, che a Sofia aveva fatto il bis mostrando il divario tra watt espressi, da Jonathan Milan (1826 il picco di potenza), ed efficienza aerodinamica nella pedalata e nella traiettoria (1480 il suo max) sul pavé cittadino.
Il ciclismo non è spinning, il ciclista non è un criceto nella ruota.
A Cosenza volata vincente a ranghi ristretti, su un rettilineo al 4 % che pare disegnato per lui, di Jhonatan Narvaez.
Alla UAE, rimasti in 5 gatti, si sono riconvertiti (sùbito) fugaioli con successo.
Anche oggi, puntando la città verticale, sono là davanti.
203 km senza respiro, 4110 metri di dislivello.
A Potenza, in Viale dell’Unicef, si arriva dopo un toboga nel centro storico.
Nel 1986, dopo una menata interminabile, un corteo (i nostalgici di quel ciclismo non hanno idea di quanto noiose fossero quelle granfondo mascherate..), Roberto Visentini – bello come “una porcellana preziosa” – se ne ando via su uno strappo a ridosso del traguardo.
Quel Visenta, che non sentiva la catena, avrebbe vinto la tappa e poi – di giustezza – il (suo) Giro.
La Basilicata è nascosta dai temporali, da celle di diluvio universale che rendono la distanza un’agonia supplementare.
Alla Lotto Intermarché un virus raccolto (..) alla Famenne Ardenne Classic, dallo sterco di vacca nel fango delle pozzanghere, sta decimando la squadra.
La gastroenterite ha costretto al ritiro, ieri, il capitano Arnaud De Lie (“Non penso di essere mai stato così male..”), stamane Milan Menten e Joshua Giddins.
7000 calorie, mantelline, guanti, ruote più sgonfie.
Alla UAE, con Narvaez e Igor Arrieta in avanscoperta, accade di tutto: Mathys Rondel sfonda il lunotto posteriore dell’ammiraglia, nel caos del traffico.
Per fortuna, in quel momento, mentre tempestava, si andava a 25 orari.
Nei 13 che ci provano, tra gli altri, Ben Turner, Victor Campenaerts, Christian Scaroni, Koen Bouwman e Gianmarco Garofoli.
L’olandese nel 2022, a Potenza, ci vinse, grazie anche al compagno Tom Dumoulin: meteora luminosa, fuoriclasse fragile, un Visentini olandese.
Il marchigiano della Soudal, classe 2002, è uno dei pedalatori più eleganti della congrega.
A febbraio, alle Canarie, aveva rischiato di farsi ammazzare, in allenamento, da un’auto pirata.
Al km 150 si attacca la Montagna di Viggiano (1413 metri di altitudine), 6.6 km al 9.2 % con una punta al 15.
Arrieta è fuggito via, di rimessa: il padre José Luis fu dromedario Banesto, negli anni ’90, per il faraone Miguel Indurain.
Afonso Eulalio, portoghese della Bahrain, che arriva dalla MTB e fino al ’24 era in una piccola continental, evade dal plotoncino e mette nel mirino lo spagnolo.
36 x 28, agile agile, un furetto sulla pendenza più ripida.
Dietro, vagoni Red Bull e Visma, Vingegaard è l’unico sempre coi guanti invernali.
I calabroni hanno fatto i rulli stamattina, ogni particolare è calcolato (pesato, studiato).
Pioggia, nebbia e luci accese delle auto in cima, 6 gradi centigradi, 37 nel plotone della maglia rosa Ciccone (rassegnato).
Da lì 22 km di rollercoaster, tecnico, insidioso, Luca Paletti si infila nel boschetto, saltando il muretto da ciclocrossista consumato.
Il Cicco tira, solo, con Matteo Sobrero staccato e Gee a limare (pensando alla GC).
La Lidl Trek è corta, Milan richiede i suoi domestici, il gruppo va in ricarica e tracima a 6′.
Cascano pure due moto, ai 13.6 Arrieta, in testa, si stende in una esse: quando risale in bici, ha addosso una paura maledetta.
Altro scroscio d’acqua, Eulalio, in solitaria, assaggia l’asfalto saponato ai 6 e mezzo, con la bici che schizza via, e gli ritorna sotto l’altro.
Entrambi hanno i pantaloncini strappati, uno a destra (Afonso), uno a sinistra (Igor).
Tra una curva e un dentello, chicchi di grandine sulla banchina, Arrieta (terrorizzato) ai 2.1 sbaglia la direzione e va dritto.
Esce (beffardo) un raggio di sole, lo spagnolo riprende 12 secondi al portoghese (cotto quanto lui) e, ai 100 metri, lo salta.
Tappa ad Arrieta, maglia a Eulalio, 3° Silva, 4° Milesi, 5° Scaroni.
Potenza ci regala l’essenza brutale, carne e ossa, dello Sport.

15 maggio, Formia-Blockhaus

Si plana ai 1665 metri del Blockhaus, 8.4 % di pendenza media, 13.6 chilometri.
La vernice della Casa di Pietra fu, all’insaputa di tutti in quel 31 maggio 1967, storica.
Quella volta si arrivava dal versante di Pretoro, sopra i 2000.
Si impose a sorpresa (sigh) un certo Eddy Merckx.
Staccò Italo Zilioli, un campione (un signore) che ebbe solo la colpa statistica di non aver vinto un Giretto, e allora si scrisse di una giornata deludente.
Quel giovinastro in maglia Peugeot, promettentissimo, veniva scambiato per un altro Rik Van Looy.
I freak non vengono riconosciuti, quando si manifestano, ieri e adesso.
Un altro pomeriggio da forzati della strada, pioviggina qua e là, freddo cane (10 gradi) e vento laterale da regata sui 40 all’ora.
244 chilometri di madonne, che annunciano il tagliando a quelli della classifica.
4 ore, 41.400 di media.
Nel gruppo maglia rosa si va di fretta, con Visma e Bahrain che cuociono le gambe a fuoco lento.
Ci si perde nel verde selvatico, Maia a maggio nella Maiella.
Questo venerdì la sceneggiatura è più classica: sappiamo cosa accadrà (tra i big).
3330 metri di dislivello all’approccio della Casa di Pietra.
I trenini Red Bull (Ben Zwieoff) e Visma (Campenaerts) impostano la rumba, e quando Giovanni Aleotti – ai 18 km/h sul 10 % – scandisce la techno, il gruppetto si frantuma dalla coda.
Ai meno 8, l’incipit del settore più cattivo, Caschetto Rosso chiede a Davide Piganzoli il ritmo: ci si dispone a ventaglio, con Eolo fortissimo.
Enric Mas, fantasmino, si pianta, sfinito, circondato dai suoi.
Lo spagnolo, 60 chili sudato, indossa la divisa femminile (sigh) della Movistar: in squadra, ignari fin lì, lo nota Ivan Garcia Cortina.
Si staccano Christen ed Egan Bernal: il colombiano, a 4 anni da quello schianto contro un autobus, non appartiene più alla crema dei tappisti.
Meno 7, tre Visma e altri dieci, Kuss con Vinge a (tre quarti della) ruota, vento in faccia e facce smunte, Eulalio fora le gambe.
Ai 5500 metri dallo striscione, appena nel bosco, il Re Pescatore comincia la progressione con Pellizzari attaccato coi denti.
Jonas col rapporto duro, Giulio a mulinello, l’unico a scorgere i due è Gall, i resti sono sparsi sul bitume.
Vingegaard testa Pellizzari: 3’06” di offensiva, velocità media 19.9 orari, max 37.8, wattaggio a 450 sul 10.5 %.
Il danese tutto peso (piuma) e potenza, mentre l’italiano abbassa sguardo e cadenza.
Dalla Specialized del duca di Camerino, sventola bandiera bianca.
Ai 4, Pellizzari fuorigiri, con l’acido lattico nelle orecchie, viene sorpassato da Gall.
17 all’ora, sul 12 per cento, raffiche ventose a 30 km/h, Vinge fa un po’ Chris Froome duepuntozero.
22 secondi sul galletto austriaco, che viene su ad altissima frequenza, Pellizzari è rimbalzato dalle parti di Ben O’Connor e Jai Hindley.
Ai 1500 Gall rivede il 171 calabrone che, 90 pedalate al minuto, si volta.
Lassù vento, portami via con te, prima in faccia, poi sulla schiena.
Macchie di neve sparse, all’orizzonte, Caschetto Rosso precede Gall di 13″, Hindley a 1’02”, Pellizzari e O’Connor a 1’05”.
A 1’29” Rondel, sì quello del tuffo nella macchina UAE, a 1’40” Ciccone, Gee, Storer e Thymen Arensman.
A 2’55” Wout Poels, Eulalio, Piganzoli, Caruso, Markel Beloki, Bernal.
Vinge 38’22” rispetto al Nairo Quintana 2017 (39’54”).
Appena smontato dalla bici, defaticamento sui rulli e telefonata alla moglie Trine: è anche il Giorno della Famiglia.

17 maggio, Cervia-Corno alle Scale

Sabadì bis di Narvaez a Fermo, con Bjerg MVP del pomeriggio: è Mikkel il miglior rouler puro del World Tour?
Intanto l’Ecuador è a nove affermazioni parziali, alla corsa rosa, dal 2018, con Narvaez (4), Richard Carapaz (4) e Jonathan Caicedo.
Da un Gran Premio Capodarco per pro a una semiclassica appenninica, partendo dal mare.
Dopo Monte della Capanna ci si imbatte in Sasso Marconi e Marzabotto.
L’eccidio di Rio Conco di Vizzano l’8 settembre 1944, deciso dalle SS dopo un agguato partigiano, contò quindici vittime: furono costrette a scavarsi le fosse, prima della fucilazione.
La strage di Marzabotto, a Monte Sole, fine settembre inizi d’ottobre dello stesso anno, fu un crimine contro l’umanità con pochi eguali sul fronte occidentale.
Wehrmacht ed SS ammazzarono 1830 persone, col contributo decisivo dei fascisti di casa nostra, repubblichini: massacrarono adulti, donne, bambini, persino i cani.
Bruciarono case, cascine, scuole.
Lorenzo Mingardi, il commissario prefettizio e reggente del Fascio, e Albert Kesserling, il feldmaresciallo regista del massacro, non fecero tanta galera: il primo amnistiato, il secondo scarcerato.
La memoria non rimane, si consuma col Tempo che passa – inesorabile, velocissimo – come il gruppo al Giro.
A Vergato balza, da lontanissimo, l’amarcord di Alfonso Calzolari: il trionfatore del Giro 1914, il più bestiale di sempre, 8 tappe, 135 ore totali (!) e 8 sopravvissuti a Milano.
El Mort prima del mestiere dello sfregaselle, lavorava in una fabbrica di letti.
Per capire cosa fosse quel ciclismo, di pionieri e furfanti, Giuseppe Azzini (capintesta alla sesta frazione) si perse, in crisi sul Macerone, e fu ritrovato (la mattina dopo) in un granaio a Barisciano.
Calzolari, in quella Bari-L’Aquila (428 chilometri..), si attaccò a un’auto sulle Svolte di Popoli: gli diedero 3 ore di penalità, gliene rimasero 2 di vantaggio sul rimontante (..) Pierino Albini.
L’UVI chiese la squalifica, la Gazzetta volle Calzolari vincitore.
Ritorno al futuro, nel 2026 ci sono già due gare parallele in una.
Ciccone, per raggiungere la fuga, arriva a 1110 watt di peaking.
Salendo Querciola, i fuggitivi rimasti (Cicco, Milesi, Diego Ulissi, Einer Rubio, Tom Aerts) pedalano e discutono fra loro e i vagoni Decathlon e Visma iniziano l’inseguimento.
Il tetto di Bologna aspetta, Aleotti a fianco di Pellizzari va in cerca di ciucciotti supplementari.
A Giulio piacerebbero le stanze in fondo al plotone, ma stavolta s’intuisce che qualcosa non va.
Corno alle Scale, 1471 metri d’altezza, 10.8 km a scaloni, ascesa lunga e pedalabile fino ai meno 3, con gli ultimi 2700 metri di drizzone al 10.1 %.
Luogo elettivo dei Tabanelli (Flora e Miro), coi genitori che gestiscono il rifugio del lago Scaffaiolo, stelle del freestyle che al Mottolino, alla rassegna olimpica di febbraio, ha esaltato la platea.
Prima del KM Red Bull, Cicco, nevrile il giusto, scappa via, e solo Rubio lo raggiunge.
Alla quarta ora, 44 di media, i soliti motorini, e i Decathlon non prendono prigionieri.
Ai 7.6 Ciccone scatta, col 53 davanti sull’8 % e Rubio non risponde, nel drappello maglia rosa i calabroni, di ritmo, sfiniscono Pellizzari.
Che ha problemi di stomaco, che possono accadere con la scorpacciata di zuccheri in forma evoluta che si assumono, a nastro.
Dopo Madonna dell’Acero, sulla lingua al 15 %, fendente di Gall, che dribbla Rubio, col solo Vingegaard in scia.
Felix sui pedali, Jonas seduto, in una manciata di metri passano Ciccone che a 1.7 dall’arrivo si sfila.
Il danese non collabora, fa melina, e ai 900 parte in tromba.
Col bilancino, l’srm e una sgassata, Caschetto Rosso in maglia azzurra rivince, chirurgico, di 65.1 metri sull’austriaco.
50 affermazioni da professionista, dal 2019.
Piganzoli (sempre più rivelazione) terzo, a 34″, precede Arensman e un ottimo Eulalio a 41″, che si tiene il rosa addosso.
Gee, Rondel e Kuss a 46″. Hindley (con la fascia da capitano Red Bull) e Storer a 50″.
Pellizzari in crisi, a 1’27”, limita la bambola: dopo il giorno di riposo, vedremo se la spia del serbatoio sarà ancora accesa sul rosso.
L’impressione, gelida, 8 gradi al traguardo, è che il Re Pescatore – uno scienziato delle salite e dell’autogestione delle riserve – e i calabroni stiano mettendo già nel congelatore il Giro ’26.

19 maggio, Viareggio-Massa

Cronometro piatta, su un tavolo da biliardo, 42 chilometri per specialisti.
Una mostra itinerante di passistoni dalla Versilia alla Lunigiana, da una spiaggia all’altra.
Filippo Ganna, con Dario Cioni a seguirlo in ammiraglia, nei giorni precedenti ha salvato le gambe.
Così hanno fatto gli altri uomini orologio.
Pippo è una macchina umana da velocità, un inseguitore che sprigiona potenza sull’asfalto invece che in un velodromo.
Un atleta simbiotico al mezzo: una spada con le ruote, in carbonio e alluminio.
La Bolide TT Pinarello, livrea bianco, rosso e verde sul telaio nero, sfrutta gli ultimissimi studi aerodinamici (dell’università di Adelaide) sul flusso d’aria.
Che scorre attorno al tubo verticale senza linearità, creando resistenza: con l’azione delle gambe del corridore, soprattutto.
Allora si applicano delle sporgenze sul reggisella.
Ganna nel vento della Versilia è una megattera nell’acqua del pianoro delle Kerguelen.
Fa un altro sport rispetto alla concorrenza.
82 chili, 5.5 w/kg in posizione, 435 watt scaricati a 97 rpm, cadenza e potenza continue.
Pedivelle da 175, gruppo e pedali Shimano, ruote Scope, tubeless Continental 28 mm, dischi da 140 davanti e dietro.
Pippo spinge un monocorona 64, col 10 come rapporto massimo (farebbero quasi 14 metri di sviluppo), e va al pari di un tgv.
Il manuale del cronoman spiegato, partire forte e chiudere fortissimo: gli ultimi 10 km, una moto a 55.2 km/h, 66 orari la punta, potenza media 460 watt (1070 il massimale), 10’59”.
Sorpassa 7 corridori: Cyril Barthe, Magnier, David Gonzalez Lopez, Maestri, infine Mattia Bais, Sevilla e Fredrik Dversnes.
Batte il primato di David Millar (2003) per una crono sopra i 40 km.
45’33” a 54.921 di media.
Dalla Bussola, il carnevale, alle Alpi Apuane, le cave, c’è anche una gara dell’oltre Ganna.
Gall perde da chiunque, casco aperto e occhialoni, in gita, un dilettante allo sbaraglio.
Alla Red Bull sono alle prese con un virus e Pellizzari e Hindley fanno quel che possono.
Di culto Milesi che si dimentica il giubbino refrigerante addosso e si fa tutti i 42 chilometri così.
Arensman, scuola Netcompany Ineos, di quelli della GC è il migliore.
Uno-due con Ganna, a debita distanza (1’57”), come alla Tirreno Adriatico di marzo.
L’abat jour da comodino in testa dei Visma, quel casco, non si può vedere.
Vingegaard 100 pedalate al minuto, scoda, non sembra aggredire curve (sono otto nel settore iniziale) e semicurve.
Amministrazione controllata.
Becca 3′ da Ganna, una (discreta) bastonata, e consente a Eulalio (a tutta, con l’entusiasmo di uno che improvvisa un esercizio mai pensato prima..) di conservare il rosa provvisorio.
27 secondi.

Lunedì 18, nel (secondo) giorno di riposo, a Lido di Camaiore, Marco Cavorso ha presentato “Tra strada e civiltà – Una storia personale, una responsabilità collettiva“. 
Un saggio, intelligente, che rappresenta la realtà italiana.
Era il 26 agosto 2010 quando Tommaso, 13 anni, figlio di Marco, fu travolto da un uomo al volante di un furgone in contromano, su striscia continua.
Tommy indossava la maglia dell’Aquila di Ponte a Ema, una società nella Storia del ciclismo nazionale.
“La strada non è solo il luogo che percorriamo.
E’ il luogo in cui una società decide che valore dare alla vita degli altri.”
L’8 aprile il giudice Marco Tamburrino ha sospeso la patente per 4 anni all’automobilista settantaduenne che uccise Sara Piffer, 19 anni, investita nei pressi di Mezzocorona (Trento).
La ciclista si stava allenando col fratello Christian: era il 24 gennaio 2025.
Le legge (..) ha stabilito che bastano due anni di condanna con sospensione della pena, per un assassinio.
Post intervista della (vittoriosa) Milano-Sanremo, Tadej Pogacar parla a briglie sciolte..
“Basta Sanremo per un po’.
Senza offesa, ma il traffico in Italia è criminale.
Rischi la vita a ogni uscita.”
Strade, università e media sono l’epicentro della crisi (profonda) dell’ex Bel Paese.
La classifica dei ciclisti morti ogni 100 milioni di km percorsi, nei maggiori paesi europei, è imbarazzante.
Italia 5.1 / Francia 2.9 / Austria, Belgio 2.5 / Irlanda 1.9 / Svizzera, Finlandia 1.6 / Svezia, Germania 1.1 / Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi 0.9
Una statistica drammatica quanto le 700 auto ogni 1000 abitanti.
I dati 2025 dell’ANCMA confermano la crisi (perdurante) del settore.
1303000 bici vendute, il 4 % in meno rispetto al ’24, con l’ebike in picchiata (- 7%).
Sono tutte cifre in controtendenza rispetto agli altri mercati (europei).
Siamo fermi al 2019, l’anno pre covid, poiché il mercato (contraendosi) ha creato uno stock di merce (ancora) invenduta.
Il fatturato a + 19 % è solo dovuto all’aumento vertiginoso (il 32 % nel 2022) dei prezzi.
Come dice Cristiano De Rosa: “Le bici costano troppo.”
Regge e funziona l’export, il mercato interno ristagna.
Sempre De Rosa: “Pogacar lo ha detto chiaramente. Pedalare in Italia è pericoloso.
E se pedalare è pericoloso, le persone non pedalano. E se le persone non pedalano, le bici non si vendono. Semplice.”
La ripartenza dovrebbe iniziare qui, ma l’ignoranza della politica e della società sul tema, e su un’industria che dà lavoro a più di 34000 persone, ci fa comprendere lo sfascio culturale.

23 maggio, Aosta-Pila

La Val d’Outa col ciclismo ci flirta da Tempo.
Vingegaard, eravamo dalle parti del Monte Bianco, lo scoprimmo (?) proprio al Giro della Valle d’Aosta.
Era il luglio 2018 e quello scricciolo della ColoQuick – una Continental danese – si aggiudicò il prologo a cronometro, con salita incorporata.
Nessuno, quel pomeriggio, si immaginava che, cinque anni più tardi, avrebbe vinto il Tour.
Su e giù per la Vallée, un tappone montano col chilometraggio da tappino (..), 133 chilometri, roba da under 23.
E’ scoppiata l’estate in anticipo, con l’anticiclone africano a rosolare le valli.
Cinque gpm in una bagatella di saliscendi, gli ultimi tre a decidere i conti in sospeso: Lin Noir (7.4 km, 7.9 %) e Verrogne (5.6 km, 6.9 %) in serie, poi l’epilogo a Pila.
Un salitone da Tour (16.5 km, 7.1 %), lungo, scorbutico.
Le frazioni bonsai, se mancano quelli là (Pogastar e i due Van su tutti), vengono calcolate e gestite col gps.
In questa specialità, la Visma (ex Jumbo) è un Team Sky aggiornato e algoritmico.
Ciclomatematica, permesso di fuga provvisoria incluso (oggi sono 23), più di un centinaio di chilometri di sequenza gialla.
Tim Rex detta il ritmo, dromedario turbo, fino ai 45 dal traguardo.
31′ a 400 watt (!).
Salendo Verrogne i calabroni suonano la minimal: una cottura a fuoco lento, cuoco della stiva Bart Lemmen.
In cima, 5 Visma e 24 in scia.
Carbo in pancia, ghiaccio sul coppino, acqua e sali minerali in bocca.
Sole a picco, lose sui tetti, polline nell’aria, ad Aymavilles sono rimaste tredici lepri.
Finecorsa, la rete dei velocisti (e dei malattici) segnalata a 22′.
Dopo Gressan, arriva il turno di Campenaerts.
Di quelli rimasti in testa, sapendo come sarebbe finita, Mark Donovan si è speso simil litorina e il solito, generoso, Ciccone.
Poi Rubio, Jan Hirt, Wout Poels, Mas: sempre gli stessi, a provarci (e fallire).
Caruso va di borracce sulla cabeza di Eulalio, 3 Decathlon con Gall.
La via è tutta al sole e ci si scotta, appena sorpassati i meno 10, Kuss si mette davanti.
Si staccano Eulalio, Gee, Rondel, O’Connor addirittura rimbalza.
Ai 6800 testimone a Piganzoli, che incrementa i bpm della danza, ai 5 svolta a destra sulla regionale, la pendenza rinforza.
Accade tutto come previsto (e stabilito), Rubio e Ciccone, gli ultimi sopravvissuti, vengono saltati.
Ai 4.7 Vinge scatta dopo aver avvisato, via auricolare, ammiraglia e Piganzoli: Gall nemmeno considera l’ipotesi di seguirlo.
Esce dalla ruota del luogotenente italiano a 600 watt.
Caschetto Rosso in azzurro, ormai rosa, sui pedali, 27 all’ora sul 7 %.
E’ il sabato del villaggio e (ri) vediamo il pubblico.
Bastano 11’38” a 23.6 di media, 29.8 km/h l’apice.
58 chili, 390 watt sprigionati sull’8.3 %.
Una macchina da salita e fatica: 6.8 w/kg in una fornace alpina.
Non male Pellizzari, che ha imparato dal Blockhaus, che scala Pila in progressione e, con Hindley, stacca Arensman.
Il Re Pescatore, quasi di forza, controllo e resistenza, mette il Giro sotto una campana di vetro.
Gall e le sue ginocchia disordinate a 49″.
Hindley, di qualche secondo sulla gioventù tricolore di Piganzoli (forte forte..) e Pellizzari, a un minutino.
Arensman, pallido, a 1’23”.
La corsa rosa, scontata, con Vinge e questa Visma, è adesso tre gare in una.
I calabroni a evitare le buche, i fossi, i pretendenti agli altri due gradini del podio a Roma e i cercatori di pepite dei successi di tappa.
“Lex jeux sont faits” dicono, più giù in Valle, al casinò di Saint-Vincent.

In uno sport dai mille dettagli come il ciclismo su strada, un unicum storico nella sua evoluzione, sono sempre esistite le anime.
Nei tappisti, in modo particolare, convivono due idee quasi opposte di conseguire il risultato (massimo).
Accade pure tra i classicomani.
Vingegaard, uno scienziato sulla Cervélo, è l’altra faccia della luna rispetto a Pogacar e ai due Van.
Se Jonas è un farmacista dello sforzo, un calcolatore di ogni variabile – impazzita – del ciclismo a tappe, Tadej, Mathieu e Wout preferiscono l’istinto incendiario del gesto.
Barbaro, superomista, eroe del fumetto.
A volte improvvisato, artistoide, senza rete.
Al Giro ’26 abbiamo vissuto il ciclismo conservatore, classico, inventato da Alfredo Binda (un Campionissimo) e proseguito, nelle ere, da Jacquot Anquetil, Miguel Indurain, Chris Froome.
A Vingegaard non interessano gli applausi, il pubblico, lo spettacolo.
Ragiona sulle tre settimane, la strategia migliore per consumare meno (e meglio) i propri muscoli e il serbatoio.
Forse lui e i Visma stanno solo pianificando il Tour attraverso il Giro.
Van der Poel non saltava i cambi, nel faccia a faccia con Pogi alla Ronde: non è nella natura del ciclismo totale.
Che è pure un’estetica.
Idem con patate, una settimana dopo verso Roubaix, Pogastar che conduceva Van Aert nel velodromo.
I calcoli li fanno i manager, gli allenatori, i nutrizionisti, i coéquipier, loro vogliono bruciare: gli avversari, se stessi, la folla.
Nell’età dell’oro del ciclismo dei freak, le due mentalità di questo sport, secolare, non sono mai state così evidenti.

26 maggio, Bellinzona-Carì

Domenica (bestiale) a Milano.
Evvai con l’isteria per la neutralizzazione (intelligente) dell’ultimo giro della kermesse cittadina.
Che diventa, grazie agli attributi e al talento da rouler di quattro scapigliati, Maestri e Bais della Polti, Martin Marcellusi e Dversnes, un gigantesco scratch.
O una 4 x 150 chilometri senza bici da crono.
Nel marasma dell’inseguimento, coi team dei velocisti nel post ad accusare il traffico delle moto, notiamo che questo non è un Giro per sprinter.
Lo scalpo se lo porta a casa il norvegese Dversnes Lavik, per la gioia della Uno-X: i 51.39 km/h di media ci dicono che le care, vecchie, tappe di trasferimento (quelle nelle quali ci si addormentava sul divano, davanti al catodo), non esistono più.
L’ennesimo punto a favore del ciclismo totale.
Interessante osservare “the whole picture” del Giro laddove nacque ed è, da anni, straniero in patria.
Ci sarebbero un bel po’ di spettatori assiepati, curiosi, accaldati, rumorosi, ma è almeno singolare la scelta di un tracciato che evita, scientemente, il centro storico di Piazza Duomo e dintorni.
Il circuito viene relegato tra Porta Venezia e Piazza Belfanti, quando sette dì prima all’Inter si è concesso – per la tamarrata del bus scoperto – il tragitto da San Siro al Duomo.
Si comprendono meglio anche le volontà di RCS Sport stessa.
La musica a tutto volume della carovana, all’arrivo, più che intrattenere, terrorizza.
Un villaggio vacanze itinerante, procteriano, la creatura che fu di Torriani (e Castellano), nella stagione della transizione, con Mauro Vegni in pensione.
Sulle (due) grandi città, quindi anche l’epilogo romano: se il Giro risulta indifferente, alle metropoli, si dovrebbe scavallare altrove.
L’Italia della corsa rosa è provincia e il paese – dal 1861 – sopravvaluta Milano e Roma.
Non sappiamo se a Bellino, Fornara e Salamini (e a Urbano Cairo) interessi il gioco, che è un pezzo dell’identità sportiva e culturale di questa nazione, o solo la possibilità di fare cassa e dindi.
Nel 2024, alla penultima domenica, dunque il pomeriggio televisivo con maggiore potenziale, ci fu la Manerba-Mottolino.
Una tappa sui monti delle Olimpiadi, con Pogacar e Nairo Quintana: cosa c’azzecca la Voghera-Milano?
Il Giro, stretto tra l’àura delle grandi classiche (dalle Strade Bianche alla Doyenne) e il moloch Tour, fa il salmone.
Ha una prospettiva di rilancio lo spostamento di una settimana, verso giugno, per sfruttare meteo (più favorevole), la Serie A in vacanza, la Festa della Repubblica.
Occorre studiare l’ingorgo di date del 2028, con il CIO che ha piazzato una data stupida, il 14 luglio 2028, per l’inizio del circo a Cinque Cerchi.
Potrebbero esserci solo 14 giorni tra (l’epilogo del) Giro e (il prologo della) Grande Boucle.

Il Ticino è zona franca del Giro, dal 1920, e l’ultimo martedì della Festa di Maggio profuma di prati verdissimi e polpette del Maestro Martino.
Frazione simil juniores, 113 chilometri, 3000 metri di dislivello che fanno Vuelta a Suiza.
Nel can can si isolano cinque fugaioli doc, presenze fisse di questi pomeriggi: Ciccone, Rubio, Narvaez, Ulissi, Chris Harper.
Il percorso con Torre e Leontica, ripetuti due volte, è tosto.
Quelli davanti menano ma, osservando il gruppo maglia rosa, sembra il Giorno della Marmotta.
Il trenino Visma, aiutato da qualche Decathlon, non lascia (troppo) spazio e speranze.
Caldo torrido, borracce che volano, suiveur che se le contendono, Ulissi (esausto) che si stacca.
Il fondovalle della Leventina pare riscaldato da termosifoni accesi.
Carì assomiglia all’Alpe d’Huez, pendenza (8 %) e chilometri (11.6): per simulare meglio la montagna degli olandesi, il caldo è quello di luglio.
Qui nel 2024 (al Giro di Svizzera) vinse Adam Yates.
Il gemello Simon si sta godendo il buen retiro: dall’impresa del Sestriere, l’anno scorso, sembra passata una vita.
Di sicuro è finita, benissimo, una carriera.
Ai meno 19, su un falsopiano molesto, Narvaez (contento) si rialza.
Era lì per racimolare punti per la maglia ciclamino, ringrazia gli altri collaborando per il gusto di farlo.
Hombre vertical.
Ai 16 molla Ciccone, che ha rovesciato chili di sudore e di maledizioni sulla strada, l’ultimo a desistere (testardo) è Harper.
All’attacco di Carì, dopo Faido, Red Bull a ritmo fortissimo: agli 11, KO tecnico di Pellizzari.
Mistero e confusione della bici post moderna.
Al duca di Camerino si è spenta la luce, più che rallentare, naufraga.
Ai 7.8 l’ultimo delfino di Caschetto Rosa, Piganzoli, riceve istruzioni dal capitano.
Ai 6.6 Vingegaard fugge via, telefonando, col pilota automatico, Gall a debita distanza.
Nei 6’19” dell’allungo, 430 watt medi a 21.8 km/h, sul 9 %.
Sulle terrazze, calura e salitaccia, Bernal conduce Arensman e Hindley sui talloni dell’austriaco.
Un sestetto, “stanchino” direbbe Forrest Gump, ci sono anche Piganzoli e Gee, si ricompone.
Cronoscalata del Re Pescatore, ai 4 ha già un minuto.
Il danesotto si è fatto crescere dei baffetti, rari, biondi, buffi, da sparviero.
80 pedalate sullo strappo al 13 %, 160 millimetri le pedivelle (cortissime), in mezzo alla folla.
I 1810 di VAM e i 6.7 watt al chilo (su 30’48” di scalata) sono dalle parti di Pogacar all’Hautacam 2025.
Vinge e la Visma stanno programmando una corsa a tappe di 6 settimane.
In Italy, un training camp agonistico.
Alla rinfusa, i restanti: Gall, Arensman, Gee e Hindley in un fazzoletto, i camerieri Piganzoli e Bernal un po’ dopo.
Eulalio paga 3’04”, O’Connor 3’48”.
Tutti a cercare l’acqua fresca, i sali, il succo di barbabietole, stravolti.
Pellizzari giunge a 18’06” ed è il pesce grosso rimasto nella rete.
Il primo azzurro in classifica è Piganzoli, scudiero Visma, ottavo a 7’57”.
Il secondo è il maestro venerabile Caruso, tredicesimo a 13’47”, 38 anni e mezzo.
Come polaroid del ciclismo italiano, nei Grandi Giri, è perfetta.
La nottata sta passando, ma è ancora buio.

Cassano d’Adda, 60 anni dopo la vittoria di Gianni Motta, raduno di partenza del giorno seguente.
Vingegaard si presenta, sul podio, rasato.
“Ieri mi sono guardato allo specchio, e ho realizzato che assomigliavo a un adolescente che tenta di farsi crescere i baffi.
Ho agito di conseguenza.”
Viva il Giro.

“La bicicletta ha fatto dovunque rivoluzione e il motore ha tentato invano di neutralizzarla.
Questa che il ciclismo agonistico propone è riforma continua, rivoluzionaria anche essa in giusta misura.”
(Gianni Brera)