Milano-Cortina 2026 è passata in un battibaleno, alla velocità della luce, e questa è una selezione di ciò che abbiamo scritto sul nostro personalissimo cartellino.
Nostalgia preventiva, non dell’evento in sé, ma del fatto che lo Sport, per qualche giorno, è stato centro di gravità permanente.
Adesso tornano (non se ne erano mai andati..) i casi di cronaca, i casi cronici e Sanremo.
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Il volto e il corpo di Alysa Liu sono quelli che riassumono al meglio le Olimpiadi, in questa era dello sport globale.
Venerdì sera, mentre danzava il groove di Donna Summer, massimizzando musicalità e forza, tecnica e irriverenza, Liu ha soggiogato prima Assago e i milioni di spettatori che l’ammiravano da uno schermo, poi la giuria.
Nulla è scontato nella parabola di una donna americana, di 20 anni, ex bimba prodigio, figlia di esuli cinesi.
Il babbo scappò in California dopo la mattanza di Piazza Tiananmen.
L’avvocato Arthur Liu ha cinque figli, Alysa la primogenita, tutti nati da maternità surrogata tramite donatrici anonime.
La mamma legale Yan “Mary”, dopo il divorzio dal marito, ne ha ottenuto la custodia.
Alysa, cresciuta da Arthur nel mito di Michelle Kwan, aveva bruciato tutte le tappe prima di bruciarsi, scottarsi, con un regime spietato d’allenamenti e competizioni.
A 16 anni Liu, craccata dalle aspettative, dalle diete, si era ritirata.
2
A Milano, la campionessa mondiale pareva un’aliena.
La capigliatura halu, con la base castana e le strisce bionde che, come anelli di un albero, aggiunge (una) ogni anno, il piercing ai denti.
Un sorriso, un’energia contagiosa, che andava oltre i tripli axel: Liu pattinava libera, felice, fregandosene dell’atmosfera olimpica.
Che, nel pattinaggio artistico, assume la forma di un uragano incombente: uno psicodramma in diretta, una pressione insostenibile.
Quella che ha limitato Kaori Sakamoto, liquefatto Ilia Malinin, schiacciato Amber Glenn.
Alysa invece sembrava ignara della paura, di sbagliare, bellissima, di una bellezza spontanea.
L’oro dell’individuale femminile ci ha ricordato che lo sport, malgrado tutto, è un gioco e che il mondo vive, si arricchisce (soprattutto culturalmente), si evolve, grazie alle persone come lei.
L’identità (nazionale, religiosa) è solo un esercizio postumo.
3

Stelvio regale.
Quando mai rivedremo un’altra libera olimpica su una pista così?
Grande spettacolo, nessuna sorpresa.
Tutti i favoriti rispettavano le attese.
Meno di 8 decimi tra l’oro e il sesto posto, Vincent Kriechmayr, a 7 centesimi dal quarto.
E’ stata proprio uno Svizzera vs Italia.
Settimo un eroico Daniel Hemetsberger, coi lividi e il naso fratturato.
Franjo van Allmen è l’erede di Dominik Paris e Beat Feuz alla voce velocismo puro.
La vince sopra, morbidissimo, e dalla Carcentina, linea alta: 53 metri di salto a San Pietro, a uovo, un acrobata.
La salva sotto.
Fino a ieri, lo sci azzurro maschile aveva vinto tre medaglie nella storia delle Olimpiadi.
In pochi minuti, l’argento e il bronzo di Giovanni Franzoni e Paris firmavano una performance eccezionale.
Franzoni con l’11 va a 146 orari sul canalino, gigantista sulla Carcentina presa più bassa.
San Pietro così così, le ultime quattro curve volate.
Paris con il 12, sopra era un jet a 150 km/h.
Più largo nella combinazione centrale, 52 metri di volo a San Pietro.
Il presente e futuro della discesa tricolore, il presente e passato della discesa tricolore, insieme, sul podio.
Accanto ai due, c’è anche Matteo Franzoso.
Re Marco smarriva la medaglia, per 2 decimi, sopra.
Quest’anno Odermatt fa (più) fatica a gestire, su una pista così complessa, le ondulazioni.
La base d’appoggio più larga?
Alexis Monney perdeva l’oro, ebbene sì, sulla Carcentina.
Nessuno come lui nel finale, un rischio (calcolato?) da La Konta e il curvone, facendo una riga pazzesca.
Ha toccato, sotto, i 139 all’ora dando 3 decimi al compagno von Allmen.
Oro Head, argento Rossignol, bronzo Nordica. Legni Stoeckli.
C’era ghiaccio, ma più grip.
Quasi accessibile, per la luce, rispetto a dicembre, da attaccare senza pietà.
Abbiamo visto tante gambe cotte già dopo il Ciuk.
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Matinée azzurro al Forum, col giusto sapore di Rollerball.
La staffetta mista dello short track mette insieme la (sua) gara della stagione e va a oro.
Vent’anni fa, a Torino 2006, Arianna Fontana faceva il suo esordio olimpico.
Ci vorrebbe Giorgio Manganelli per immaginare i pensieri (veri) di alcuni dirigenti federali.
Urca se è tosta l’Arianna..
Ucronico che Elisa Confortola, ovvero colei che chiuse la presentazione della candidatura italiana, quando aveva 17 anni, sia stata decisiva nella vittoria.
L’esultanza in retromarcia di Peter Sighel, mentre guarda gli avversari, diventerà una delle immagini di queste Olimpiadi. Ahinoi.
Una cafonata, roba da pallonara o pallinfaccia.
Di Apolo Ohno non sentiamo la mancanza.
I Paesi Bassi, eliminati da una caduta nelle semi, nella finale B hanno fatto 2’35″537.
L’Italia vincente? 2’39″019.
Per riesumare uno dei massimi filosofi italiani: “La mia è classe, il suo è culo.”
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Il CIO considera lo sci alpino al pari del curling e del pattinaggio.
Un regolamento ottuso prevede lo stesso arrivo per le quattro competizioni (la quinta, il combined, è un ammazzacaffè per le tivù).
E’ evidente che sulla Stelvio, santuario del velocismo, le prove tecniche vengano penalizzate.
Non che sull’Olympia delle dame, gli slalom (su pendii d’allenamento..) fossero granché.
Coppa Europa, Nord-Am o giù di lì.
E’ solo la fortuna di avere fuoriclasse, campionesse, campionissime, che ci evita altri quarti d’ora warholiani a Cinque Cerchi.
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Federica Brignone bissa l’oro in SuperG con una (prima) manche da manuale nel gigante all’ombra delle Tofane.
Alziamo la manina: come pensavamo, dopo averla vista a gennaio e considerando le condizioni (particolari) di Cortina, che avrebbe potuto stupire, non avremmo scommesso un centesimo di euro – analizzando l’incidente horror di Moena – sul suo ritorno (da sciatrice performante) agonistico, dieci mesi fa.
Nell’immaginario pop, queste sono le sue Olimpiadi.
Alberto Tomba fece la doppietta a Calgary 1988 due anni e mezzo prima che Ninna Quario, la mamma, la mettesse al mondo.
Se quel momento, canadese, fu l’inizio di un’era, questo è il suggello di un’altra.
Nils Coberger, l’allenatore di Alice Robinson, siccome la sua pupilla è confusa e infelice, tracciava una manche mattutina facilissima, un SuperG travestito, con una trappola (un saltino) nel finale.
Nella settimana perfetta di Brignone, la nevina da grip, senza ghiaccio, c’era anche una scaldatina (che velocizzava un po’) per i numeri dal 10 in poi.
Le prime 4 avevano il 14, 16, 17 e 10.
Federica sciava di taglio al Rumerlo, dopo uno start a manetta, morbida, anticipando i dossi.
Le chiavi erano gli sci incollati e le letture.
Dietro, le migliori di Coppa, coi numeri bassi, ci capivano poco.
Troppe linee tese cercate e non trovate (Camille Rast), troppe intraversate e curva (Mikaela Shiffrin), un presentatarm al saltino di una Julia Scheib fin lì in corsa (72/100 lasciati in 15″..).
Molto meglio l’enigmatica Lena Duerr, che sotto recuperava persino su Brignone, e Sofia Goggia a palla sullo Scarpadon.
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Seconda manche disegnata da Karin Harjo, allenatrice della Shiffrin, con più angoli e raccordi e lo Scarpadon (l’uscita da quel tratto) ancora più decisivo.
Le neve facile (..) e il tracciato ribaltavano la classifica, tranne la capintesta.
Lara Dalla Mea, sedicesima, scendeva a tavoletta con uno Scarpadon da antologia (48/100 a Brignone..).
Se Shiffrin dimostrava di avere ancora Killington nella testolina, Rast deludeva nell’interpretazione sotto il palo e sui dossi.
Scheib, l’MVP della stagione tra le porte larghe, si mangiava metà Olympia e, sul più bello, bucava una porta del Rumerlo.
Non lo sapeva, ma stava rimontando tutte: perderà l’argento per 8/100.
Goggia pasticciava, Lara Colturi non trovava mai il ritmo.
La sorpresa (relativa) era Thea Stjernesund, centralissima, che indovinava il Rumerlo.
Solo la veterana Sara Hector faceva corsa parallela con lei, in una gara sociale scandinava: due dossi così così, combinazione giù volata, potentissima a dispetto della schiena (che da mesi le fa male).
Brignone, essendo Brignone, usa la cabeza e dopo lo Scarpadon, pitturato, conserva.
Curioso si sia invertito l’1-2 di Pechino 2022.
Della Mea smarriva la medaglia per 5/100 e l’argento in cima, con un errore.
Il suo sguardo disperato, mentre le colleghe festeggiavano, è stato uno dei momenti più struggenti dei Giochi.
Nota materiali, non marginale.
3 Rossignol nelle prime 5.
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Alla mattina, a dispetto delle premesse, non era sold out la tribuna dell’Olympia: si scontava l’impianto non (ancora) completato.
Non era divertente il colpo d’occhio a Predazzo.
Il salto, una disciplina fichissima, meriterebbe altra esposizione mediatica.
Ma l’Italia è quella della sera precedente a Milano, non al Forum, bensì a San Siro con l’ennesima parodia di un “giuoco”.
Il Large Hill allo Ski Jumping Stadium ha benedetto Domen Prevc.
Lo sloveno di Kranj (26 anni) è già entrato nella leggenda.
A un passo dalla (prima) Coppa generale, vincitore del Torneo dei Quattro Trampolini: 15 successi in CdM in un anno.
La nazione sportiva più forte del pianeta aggiunge un altro fenomeno a Tadej Pogacar e Luka Doncic.
Asterisco per il polacco Kacper Tomasiak, bronzo: a 19 anni, il cielo è il limite.
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Ma che bello il Mottolino di sera, con gli acrobati del freestyle.
E’ qui la festa?
Milano, impegnata a sopportare l’evento, tollera il giusto.
Casa Olanda, a Livigno, di notte è stato il cuore del party.
Lassù, le Olimpiadi se le sono godute.
Il bronzo di Flora Tabanelli è il momentum dei Giochi, al capitolo Italia e futuro.
Perché il freestyle sarà generazionalmente sempre più importante.
A 18 anni, col crociato del ginocchio destro lesionato, e il tutore, ha vinto la medaglia con un double cork 16 nella terza run.
Un’agonista folle.
102 giorni dopo l’infortunio sullo Stubai.
Lei e il fratello Miro, due anni fa al Giro 2024, volarono sopra Pogacar all’arrivo, mentre il freak in maglia rosa si stava mangiando il tappone.
Eravamo sul Mottolino, proprio dove hanno gareggiato gli acrobati della neve.
Tabanelli di Corno alle Scale, quindi casa (pure) di Tomba.
Cerchi olimpici che si chiudono e si aprono, come le traiettorie del Big Air.
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L’attimo dello sci alpino, aleph e tecnica, avveniva l’ultimo giorno utile sull’Olympia, nella prima manche dei rapid gates.
Pista tirata a lucido, grazie al freddo mattutino (meno 9 gradi) e alla barratura.
Sole, cielo azzurro, fondo duro e un pendio da esibizione.
Per dirla con Camille Rast: “Sembra una gara junior.”
540 metri, 64 porte, disegno austriaco da allenamento con un trick – in mezzo – tipico di Klaus Mayrhofer.
Trucchetto interpretato bene da Lara Colturi che non sarà mai in corsa, senza ritmo (e gambe?), per le medaglie.
Rast faceva Rast, timing, centralità, in mezzo così così, finiva forte come la compagna Wendy Holdener.
Lena Duerr pareva accelerare sul piano, la sua specialità, azzeccava dosso e finish.
Col 7 Mikaela Shiffrin, sopra e sotto, è – as usual – a un livello superiore.
Nei raccordi portava a scuola tutte.
Alle 10 45, l’oro era già assegnato.
Quando scende Mika sembra tutto facile: persino quell’eleganza motoria, imparata chissà dove, custodita nel DNA e sviluppata nell’allenamento.
La tecnica nasconde il suo atletismo, la coordinazione maschera la sua velocità.
Il resto non è mancia: Emma Aicher, leggera, compatta, lasciava mezzo secondo prima del piano.
Laddove Anna Swenn Larsson metteva la marcia più alta, filante, e Cornelia Oehlund s’incasinava un po’.
20 anni, potenziale da campionessa, piedi veloci, sopra era stata l’unica a vedere la schiena (..) della Regina.
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Seconda manche col disegno “svedese” di Sascha Sorio.
Girava molto di più, meno veloce, più da interpretare.
Petra Vlhova apripista (..) ventesima, dopo due anni di dolori: bentornata.
Holdener su a manetta, arretrava sulle code in mezzo, spinge giù.
Smarriva il terzo posto per 22/100.
Lacrimuccia, anche di Larsson, ma di gioia, che correva nel terzo settore (sul piano) e andava a un bronzo che è un premio alla carriera.
Rast, una fuoriclasse, usciva cattiva, tergiversava a metà, chiudeva col turbo. Argento vivo.
Psicodramma Uno-Due.
Oehlund spaccava il bastone sinistro quando era a medaglia.
Duerr, 34 anni, inforcava alla prima porta, in penombra: a dispetto del sole primaverile, le si era spenta ancora la luce, la centralina.
Come quattro anni fa a Pechino, come tante volte in Coppa. Aiuto.
La Regina, che gestiva (?) sui segni, la neve sfatta, come fosse su un altro percorso, chiudeva nel pandemonio dello stadio. 1″50 a Rast, 1″71 a Larsson.
Il margine più cospicuo dai tempi di Vreni Schneider a Calgary ’88 (1″68).
Nessuna come lei, dodici anni dopo il primo oro.
Nel 2014 aveva 18 anni, una ragazza, oggi 30, una donna: in mezzo, la Storia dello sci alpino.
Siamo apparsi a Mikaela Shiffrin quasi quindici anni fa.
Non che ci volesse molto a riconoscerne l’eccezionalità.
Riduttivo definirla con i primati, affastellati, uno sull’altro, che potrebbe inanellare ancora per un lustro: sempre che ne abbia voglia..
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Dorothea Wierer chiudeva la carriera con un (eccellente) quinto posto nella Mass Start del sabato conclusivo.
Per un giro, l’illusione del finale hollywoodiano, poi un errore (di troppo) al poligono.
Dominano le francesi, Doro viene festeggiata al traguardo nell’arena di Anterselva: lo scenario giusto, un addio romantico a casa sua.
Una bacheca gloriosa, senza l’oro olimpico.
Che sarebbe stato, nel suo caso, una ciliegina sulla torta.
Le vittorie a Cinque Cerchi non giustificano, per molti sport (con una tradizione autoctona), la fanfara a ogni vittoria.
Le Olimpiadi sono importantissime (pattinaggio, fondo, atletica, nuoto), importanti, ma non stabiliscono la grandezza di alcuni campioni.
La situazione, ambientale e tecnica, pesa di più della statistica.
Wierer è stata la più grande biatleta tricolore e una delle atlete azzurre più forti di questo quarto di secolo.
Magdalena Forsberg – rimanendo al biathlon – non vinse mai un titolo olimpico, rimane una leggenda e la migliore della sua epoca.
Non confondiamo lo scenario venduto, ogni quattro anni, con la realtà tecnica e agonistica degli eventi.
Dovremmo finirla di leggere il medagliere: i successi, i piazzamenti, si pesano.
La discesa libera sulla Stelvio e lo sci alpinismo, sull’epilogo della stessa pista, assegnano tre medaglie per ciascuna gara.
Il peso specifico, il valore agonistico, sono imparagonabili.
Il debutto dello sci alpinismo è stata la roba più simile a Giochi Senza Frontiere vista in questa edizione.
Della disciplina ci sono solo i materiali.
Meno di 3 minuti di format (televisivo?), 70 metri di dislivello, 45 gradini, 3 cambi di assetto, discesa col saltino. Una baggianata.
Pensata dalle stesse talpe che si oppongono all’arrivo del ciclocross nel programma.
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La squalifica a Vladylsav Heraskevych, che aveva sul casco le foto dei 24 atleti ucraini uccisi (dai russi), non ci sorprende.
Il CIO fa il CIO da sempre, e si è persino mitigato (..) rispetto agli anni ruggenti.
Proprio come l’ONU dei Brics, il Comitato Olimpico è stato scalato – nell’era moderna – da russi e arabi, diventando un’occasione di sportswashing.
Corruzione e ricatti.
E’ poi arrivato il “da” delle Paralimpiadi alle bandiere e agli atleti russi e bielorussi.
Alla canna del gas si fatica a rinunciare, dai tempi dell’elezione di Thomas Bach candidato di raccordo Gazprom.
In effetti, nessuno più del Cremlino, nel ventunesimo secolo, produce mutilati: missili, bombe, droni, omicidi, avvelenamenti, attentati.
L’imbarazzo di Kirsty Coventry, esegeta della neutralità, era evidente.
Il CIO, in questo evo, ha la buona sorte (?) di essere nella stessa scialuppa dell’ONU di Antonio Guterres e della FIFA di Gianni Infantino.
Le Nazioni Unite un tempo erano decorative e inutili, oggi sono imbarazzanti e dannose.
Il governo del foot è ormai una multinazionale offshore di riciclaggio ed elusione finanziaria, fuori (al di sopra) dalle leggi internazionali, con regole interne che definiscono una fiction, dentro e fuori il campo.
Infantino è il becchino del calcio.
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Sono stati Giochi assistiti dallo stellone, con un medagliere azzurro che sorpassa (nel quantitativo, non nella media) Lillehammer 1994.
A dispetto dei santi, rimpiangeremo Megalò (l’avvocato era un battutista strepitoso..): Giovanni Malagò è (stato) il miglior federale italiano, anni luce davanti agli altri.
Nelle vittorie il fattore casa conta tanto, basterebbe guardare le cifre della Cina, e l’impressione è che sia stata l’ultima thule di una generazione.
In Norvegia, anni dorati e d’espansione della pratica agonistica, ci fu un’accelerazione (decisiva) di robosport. Piena Epolandia.
Adesso, e domani, si coltivano i dettagli e gli atleti di punta.
C’è un’idea italiana che funziona, nello sviluppo di molte discipline (per esempio le specialità sul ghiaccio, del pattinaggio), che partì proprio con Torino 2006.
La demografia non suggerisce altre strade.
Norge, Johannes Klaebo sugli scudi, domina gli sport invernali.
Hanno metodo, cultura, fondi (la Norsk Tipping finanzia lo sport attraverso le lotterie).
Fino ai 12 anni, la pratica sportiva (incoraggiata) dei bambini non prevede risultati agonistici.
A 25 anni, il 93 percento della popolazione si è dedicata almeno a uno sport organizzato.
La Norvegia ha anche l’Inland University e gli studi più avanzati sulla VO2 massima e l’altitudine e i protocolli nello sviluppo del potenziale atletico (aerobico).
La battuta è che, rispetto a trent’anni fa, la scienza medica (invasiva) oggi cura le ossa e si occupa meno di boost ormonali.
Vorremmo suggerirvi “Painkiller” nella versione dei Death, ma chiudiamo con la consapevolezza che vedremo due belle Olimpiadi invernali di fila.
Perché anche in Francia lo saranno: i cugini ci sanno fare.
La formula dei Giochi diffusi è vincente: valorizza i territori, decentralizza l’evento, diffonde il messaggio (e gli sponsor).
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Epilogo situazionista dell’Olimpiade che ci è girata intorno.
Shiffrin cicca lo slalom della combined con l’amica Breezy Johnson, nella neve saponata di un martedì primaverile.
Si riparte con la tiritera della maledizione olimpica (sigh).
Johnson, oro nella libera, le manda una serie di messaggi (“Don’t forget U’re amazing!”), il più divertente (stravagante, forse realista) è..
“Remember that U’re not happy without a medal, U won’t be happy w a medal, because happiness comes from cats.”
Miao.
