“Prendi la bicicletta e vai” era il titolo di un libricino del vate Giuseppe Ambrosini.
1950, il giornalista, studioso, del ciclismo che – con Fausto Coppi – era appena entrato nella modernità.
In quella pubblicazione della Gazzetta, si provava ad analizzare scientificamente, coi mezzi (risicati) dell’epoca, uno sport che era (è) mestiere più di tutti.
Quindi si alternavano leggende metropolitane, poi smentite dal progresso analitico, a intuizioni geniali che faranno (fanno ancora) testo.
Ci sovviene allora quel manuale, la nostra copia necessiterebbe una rilegatura, per (ri) leggere questo evo del ciclismo totale.
Che si è evoluto con un’accelerazione così brutale, dai marginal gain all’avvento dei freak, da assomigliare a quello del 1950.
Nel ciclismo esasperato della ricerca aerodinamica, del manubrio da 37 centimetri, dei 120 grammi di carbo all’ora in gara, dei 24 watt di differenza a 50 orari tra una bici di oggi e una di dieci anni fa.
Delle pedivelle da 165, delle frequenze a 90 pedalate al minuto, elastiche, col gastrocnemio che spinge, l’allenamento in zona 2 e 3.
Nel ciclismo totale è tornato al centro, della scena, il talento.
Le grandi corse, proprio come nell’era dei giganti, non sono più riassumibili con una sintesi televisiva di un minuto e mezzo: laddove, negli anni ’90 (cyberpunk nella carne), si andava col pilota automatico (e la narcolessi dello spettatore), adesso si va a manetta.
Nel ciclismo totale, darwiniano nell’essenza, il talento deve essere mostruoso.

Paul Seixas è nato il 24 settembre 2006 a Lione.
Siamo apparsi (..) a Polo quando era juniores: in un quarto d’ora, nell’universo del tam-tam digitale e dei wattaggi presunti, quel ragazzino gambalunga (1 metro e 86), magrissimo, era diventato il prospetto numero 1 della covata.
Bastava osservarlo un po’, così svelto (sul mezzo), quasi arrogante nell’imporsi nelle gare internazionali di categoria.
12 disputate, 6 vinte, nella primavera 2024, tra le quali la (mini) Liegi-Bastogne-Liegi e il plus del titolo nazionale a cronometro.
Avrebbe proseguito l’anno così, da mattatore, iridato contro l’orologio in Svizzera, a Zurigo, con la ciliegina sulla torta del Giro della Lunigiana, la corsa a tappe faro, storica.
Che nell’albo d’oro, sontuoso, vanta pure Tadej Pogacar (2016) e Remco Evenepoel (2018).
Primo Seixas, secondo Lorenzo Mark Finn a 6″, gli altri dispersi, in classifica.
7 settembre 2024, l’ultima frazione, la Fivizzano-Terre di Luni.
L’azzurrino, sulle salite, prova a staccare il francese capintesta della generale.
C’era un baratro tra i duellanti e la concorrenza.
Il ligure al terzo giro sul gpm di Montemarcello, a palla, faceva 7’38” sui 4800 metri di scalata.
Dava 16 secondi all’Evenepoel del ’18, senza che il lionese mollasse la sua ruota.
Al traguardo, tappa a Finn, maglia verde speranza (definitiva) a Seixas.
Abbiamo idea che i due incroceranno i propri destini sportivi, per un bel po’.
Più che una serie Netflix, forse sarà un’interminabile soap opera anni ’80 e ’90.
Fare la Cassandra è facile, azzeccare gli imprevisti del Tempo un’impresa impossibile.
In una realtà parallela, ucronica, Romeo Venturelli avrebbe anticipato il merckxismo di almeno un lustro.

7 marzo 2026, la classica d’apertura più post moderna e romantica di tutte: la Strade Bianche.
A 84 chilometri da Piazza del Campo, una scena consueta e tribale: a Monte Sante Marie, forcing UAE Emirates-XRG per Re Pogacar.
In fila indiana, nel polverone, Jan Christen, il capitano Tadej, Isaac Del Toro.
Non male, tra i pochi attaccati al trenino, quel Seixas.
Quando ai meno 80, in discesa, l’iridato allunga, solo il francese e Del Toro rimangono dietro lo sloveno.
Mentre Matteo Jorgensen si stacca, Torito rimbalza indietro, Seixas si accovaccia all’ombra di Pogi.
Lo tallona, sullo sterrato, mentre il Campionissimo menava a 710 watt ai 20.8 km/h.
Ai 78.5 Petit Paul molla il Continental posteriore di Pogacar, che pare un motorino, eppure non fora le gambe.
Per 1’30” l’iridato aveva tenuto 600 watt di media, 9 watt al chilo, su 600 metri al 10 %.
Il cucciolo, testardo, non comprendeva che – nei su e giù nel Chianti – avrebbe dovuto aspettare (subito) i primi inseguitori.
Peccati di gioventù.
Al secondo Colle Pinzuto, nel pandemonio, Seixas ripartiva in tromba e gli rimaneva incollato (a fatica) solo lo stopper Del Toro.
Se davanti Pogastar si faceva 77.4 chilometri a 380 watt, Seixas ne registrava 330.
Sulle Tolfe 96 pedalate al minuto, la bestiolina transalpina, che poi staccava Torito lungo via di Santa Caterina.
Secondo dietro Pogi, alla vernice della Strade Bianche, a 19 anni, 5 mesi e 14 giorni.
Etonnant.

Il bisnonno di Seixas era portoghese, come si evince dal cognome che viene (al solito) francesizzato nella pronuncia, e la bisnonna cecoslovacca.
Al pari di quasi tutti i mutanti del ciclismo totale, Paul cominciò col ciclocross e poi aggiunse la strada.
Daniele Pontoni, vedendolo in azione tra fango e ostacoli, vincente, lo segnalò.
Dal VC Villefranche Beaujolais, all’AG2R che poi sarebbe diventata Decathlon, Seixas è stato gestito come una porcellana preziosa.
E’ un lionese che abita a Nizza, dove studia economia aziendale alla EMLyon Business School, un ragazzo (giovane) uomo di mondo.
Il salto immediato nei pro è stato qualcosa di mai visto, prima, nell’era dell’srm, di Strava, dei recovery dolci, salati e liquidi, dei raduni in alta quota.
A 19 anni, nel secolo scorso, i paragoni sarebbero ingombranti quanto Pogacar.
A quell’età Coppi vinse il Giro (1940), Jacquot Anquetil il Gran Premio delle Nazioni (1953).
Punto e a capo.
Polo, per fortuna sua, quando non è sulla sua Van Rysel, vive con la testa nelle nuvole.
Dimentica le cose negli alberghi, nel bus della squadra.
Leggero, allegro, ha un gorilla sulle spalle che si chiama ciclismo francese.
La predestinazione contiene, a volte, una maledizione da sconfiggere.

Lorenzo Mark Finn è nato il 19 dicembre 2006 a Genova.
L’accoppiata mondiale juniores più under 23 (all’esordio) è una primula rossa eguagliata solo dal Matej Mohoric 2012-2013.
Lollo, per Zurigo festeggiò a Salto, la frazione di Avegno dove vive: c’erano tutti, compresa la maestra d’asilo.
Mamma Chiara, genovese, e babbo Peter, di Sheffield, fanno gli ingegneri.
Una all’Ansaldo, l’altro alla Ericsson.
Finn è liceale al Leonardo da Vinci di Zena, fidanzato con Fabiana, ed è nel vivaio della Red Bull Bora Hansgrohe da anni, prima correva nella satellite tedesca Team Grenke Auto Eder.
A Kigali, nella kermesse arcobaleno africana, su un percorso massacrante, il ligure aveva dominato.
Il belga Jarno Widar, terzo uomo annunciato della generazione di Polo e Lollo, scoppiava, arrivando a una dozzina di minuti.
La domenica Seixas correva coi grandi, partecipando a un safari di 5128 metri di dislivello, con Pogastar che impazzava: tredicesimo, in una sauna.
All’Europeo di casa, nell’Ardèche, Polo era addirittura terzo, sul podio con Tadej e Remco.
Finn ha separato le strade con Seixas, correrà nel World Tour 2027.
Bilingue naturale, un ragazzo (giovane) uomo di mondo, si ispira a Geraint Thomas: piedi ben ancorati a terra, zaino in spalla.
Questa primavera, dopo aver vinto due corse tradizionali dei “dilettanti” (il Giro del Belvedere e il G.P. Palio del Recioto), si è presentato come domestico (..) di Giulio Pellizzari al Tour of the Alps, l’ex Giro del Trentino.
Nella Telfs-Val Martello, primo il capitano Pellizzari, aveva impressionato per il colpo di pedale.

La primavera di Paul Seixas è invece un avviso di chiamata al futuro prossimo dell’UCI World Tour.
Una tappa all’Algarve, il numero alla Faun Ardèche Classic: attaccava a 40 km dalla fettuccina, ai 30 si era tolto dalle scatole Lenny Martinez, Christen e infine Jorgenson.
Sulla cote du Val d’Enfer, 1500 metri di lunghezza, 9.6 % la pendenza media, 14.6 % la massima, 4’14” il tempo, 7.46 w/kg.
Sul Col de Saint Romain de Lerps, spaventava: 6.6 km, 7.4 % di media, 14.7 % l’apice, 16’05” a 7.20 w/kg.
Il 28 febbraio (!), una roba da Pogi e Jonas Vingegaard.
Al Giro dei Paesi Baschi, una dimostrazione di superiorità assoluta.
I primi due giorni, uno show.
Il lunedì la crono intorno a Bilbao di 13.8 chilometri: 23″ a Kevin Vauquelin, 27″ a Felix Grossschartner, 28″ a Primoz Roglic, 29″ a Ilan Van Wilder.
Sul Santo Domingo, 2200 metri al 7.4 %, faceva 5’10”, ovvero 26.13 orari e 1931 di VAM.
3 secondi meglio di Brandon McNulty, 9 di Tobias Johannessen e Grossschartner.
Impressionava la guida in discesa, nelle curve, con la specialissima da crono: anche per come la rilanciava, con un fuori sella alla Alberto Contador.
Il martedì la Pamplona-Cuevas de Mendukilo, 164 km, 3180 metri di dislivello e 4 gpm.
Sul San Miguel Aralar, a 26 chilometri dalla meta, mentre la Lidl-Trek di Mattias Skjelmose imponeva il ritmo (alto), Seixas rompeva gli indugi.
A meno 7 dalla vetta.
Dietro, nel panico, si correvano contro ma Petit Paul – in fuga – mostrava quel curioso mix di potenza a agilità.
Soprattutto sull’Alto de San Miguel, 9.3 km al 7.9 %, dove bastonava la concorrenza.
1775 di VAM, 22.55 km/h di media.
Al traguardo aveva 1’25” sul plotoncino di Skjelmose e Roglic.
Non era mai accaduto che un under 20 si imponesse in due dì consecutivi in una competizione World Tour.
Mercoledì 8 aprile L’Equipe, la serata di PSG-Liverpool di Champions League, titolava a tutta pagina “La ligne des champions” con una foto (gigante) del nostro.

A Barcellona, al Grand Depart del Tour de France 2026, l’Ineos Grenadiers presenterà l’accordo di cinque anni, 20 milioni di euro a stagione, con la Netcompany.
Una società danese di software e servizi.
Se Dave Brailsford rinnoverà con TotalEnergies, il budget di 50 milioni permetterebbe l’assalto a Paul Seixas.
Oscar Onley e Vauquelin hanno già firmato e la struttura si sta costruendo per essere futuribile con un obiettivo.
Portare un francese a rivincere una Grande Boucle.
La siccità dura dal 1985 e la cinquina di Bernard Hinault.
Dall’89 e quegli 8 secondi pagati da Laurent Fignon a casa sua, Parigi, Campi Elisi, non avevamo un (grande) campione francese di quella specie: un Tourannosauro.
Nell’asta, per accaparrarsi una (probabile) maglia gialla dell’avvenire, pure l’immancabile UAE di Mauro Gianetti.
L’accoppiata con Pogacar farebbe così tanto Le Vie Claire..
Poi, nella partita a poker, ci sarebbe la Visma Lease a Bike.
Per tenere Seixas con la Decathlon CMA CGM Team, in una squadra bleus, si dice che si sia mosso il Presidente Emmanuel Macron.
Il secondo sponsor, la CMA CGM, è una (gigantesca) compagnia navale che potrebbe risolvere qualsiasi problema (di soldi).
Lo sport non è mai stato un gioco: l’asticella si alza, ogni volta di più, e il tetto si avvicina.
A 19 anni (e mezzo) Petit Paul segue una dieta alimentare calibrata, mattina dopo mattina, trasmessa via app.
Alla stessa età, nel 2018 mica il 1978, Pogacar dopo un lungo mangiava le patatine fritte e beveva la birra.
22 aprile 2026, un mercoledì da leoni.
Alla Laces-Arco del Tour of the Alpes, all’abbrivio della corsa in Val Venosta, caduta di gruppo.
Finn si frattura il polso destro.
Alla Freccia Vallone, sole, vento e (ancora) cadute.
Quella di Seixas è appena una sbucciatura con un grumo di sangue.
A 11 chilometri dalla fine, compare la Decathlon davanti.
Seixas, che era stato nelle pieghe del plotone, fa in testa gli ultimi 700 metri del Muro di Huy.
Tre sgassate in progressione, en danseuse, e regola – di forza – Mauro Schmid e Ben Tulett.
Il più giovane di sempre a imporsi ne La Flèche.
2’43” il parziale del Mur, a 2″ dal primato di Julian Alaphilippe (2021) e Alejandro Valverde (2014).
Appuntamento domenica, ancora nelle Ardenne, alla Liegi-Bastogne-Liegi.
Contro Pogacar ed Evenepoel, sulla Cote de la Redoute, per vedere l’effetto che fa.
