Sabato alle 11 30, mezzogiorno italiano di fuoco e neve, lo zenit di Milano-Cortina 2026.
Subito, all’incipit, a poche ore dall’inaugurazione.
Cinque Cerchi finalmente (tornati) alpini, nello scenario ideale, dopo l’oscenità cinese di Xiaohaituo.
L’Olimpia delle Tofane per le donne, la Stelvio per gli uomini.
Aggiungendo il biathlon ad Anterselva, Giochi meno Giochi Senza Frontiere, circensi, del solito.
Bormio consente di vedere la discesa libera nel suo ambiente naturale (..), sulla pista moderna che – meglio della Birds of Prey di Beaver Creek – rappresenta il livello più alto del discesismo.
Se il Lauberhorn, quel serpentone di 4 chilometri e mezzo che parte dalle pendici dell’Eiger, idealizza la libera tradizionale, pionieristica, mentre la (regina) Streif è un unicum tra cultura pop e tecnica, partenza e arrivo folli, la Stelvio trasfigura la discesa evoluta.
Che si assegnino le medaglie olimpiche su quel percorso, ha qualcosa di storico e forse irripetibile.
Mezzo secolo dopo Innsbruck ’76 e il Kaiser Franz Klammer.
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Furono Oreste Peccedi, uno dei padri della Valanga Azzurra, e Aldo Anzi a disegnarla: si sbizzarrirono tracciando una pista che non molla mai, 2 minuti di tortura muscolare e istinti da velociraptor.
La Stelvio è lunga 3250 metri, con un dislivello di 987.
E’ la sola libera di Coppa del Mondo dove si scorge dal cancelletto, laggiù in fondo all’abisso, l’arrivo.
Si parte sotto il Monte Vallecetta, dai 2255 metri di Praimont su una pendenza del 63 %, il primo salto è a La Rocca, una trentina di metri.
Il Sertorelli, una canalina ondulata di 300 metri, filante, presenta la qualità della pista: irregolare, senza pause, stressa gambe e testa.
Dopo la Fontana Lunga, altri 20 metri di volo, dal Piano dell’Orso ci si fionda sulla Carcentina: il clou.
Una diagonale in contropendenza, fatta di dune e lastre, infida, che butta l’atleta sul falsopiano del Ciuk e sul San Pietro.
Il salto più spettacolare – e pericoloso – del lotto: si arriva anche oltre i 45 metri di planata, una volta (prima di smussarlo) si toccavano i 60-70 metri.
Il muro de La Konta finisce il serbatoio del discesista.
Le ultime curve, con le ginocchia al limite, conducono allo Ski Stadium dopo il Feleit.
La fettuccina del traguardo è situata a 1245 metri, quasi a entrare nel paese.
La Stelvio è il festival dell’acido lattico e degli sci che sbattono.
Solo Kitzbuhel fa paura quanto Bormio, agli uomini jet.
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Saranno solo 45 i partenti e vivaddio non avremo il Barnum dei dilettanti esotici, che scendono a spazzaneve.
La Stelvio non è uno scherzo, ci si può fare molto male.
In attesa che il CIO consenta al quinto e sesto austriaco (italiano, norvegese, svizzero, francese..) di partecipare all’evento e innalzare il tasso agonistico della sarabanda.
Rispetto alle prove di Coppa, dicembrine, non ci sarà la classica alternanza di sole e ombra, essendoci – a febbraio – più luce.
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La competizione è facile da presentare.
Nell’evo di Marco Odermatt, già adesso considerabile come il più forte sciatore evoluto di sempre, si profila uno scontro generazionale e di scuole (sciistiche).
I vecchi lupi contro la nuova onda, Svizzera contro Italia ma con il contorno (feroce) di altri.
Dominik Paris (classe 1989) a Bormio ha fatto la storia della disciplina.
Il più grande liberista italiano, chiedendo venia a Zeno Colò e Kristian Ghedina, sulla Stelvio ha vinto sette volte: sei discese, un SuperG.
Vincent Kriechmayr (34 anni e mezzo), l’ultimo ras del Wunderteam, ha raccolto un successo nella libera e cinque podi (quattro nel supergigante).
Un oro non cambierebbe la realtà della carriera di questi due (grandi) campioni, la percezione (popolare e wikipedistica) sì.
Karl Schranz, Peter Mueller, Franz Heinzer, Luc Alphand, Didier Cuche, ecc.
Il club di fenomeni della velocità senza scalpo olimpico ne accoglierebbe altri due.
I giovani arrembanti, la discesa non permette (più) baby fenomeni, sono quelli nati nei primi anni Zero.
Il 2026 ha visto l’esplosione di Giovanni Franzoni e la conferma di Franjo von Allmen, entrambi nati nel 2001.
Il bresciano, strepitoso a gennaio sulla Streif, è uno sciatore evoluto dalla tecnica sopraffina.
Al pari di Odermatt e Cyprien Sarrazin conduce le curve come in Gigante.
Il bernese, vittorioso a Crans Montana prima delle Olimpiadi, è il velocista puro caterpillar, aggressivo, un acrobata delle traiettorie tese, rischiatutto.
Curioso che Franzoni sembri l’erede stilistico dell’elegante Kriechmayr e von Allmen quello di Paris, l’uomo jet per eccellenza.
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La contesa si allarga a Re Marco che, in attesa della quinta coppona generale in bacheca, sogna almeno tre medaglie.
Bormio aggiungerebbe epos a un campionissimo in divenire.
Swiss Ski abbonda di talento: Alexis Monney (classe 2002) è potenzialmente un (altro) big, Stefan Rogentin usato sicuro.
Italiani e austriaci sono quasi nelle stesse condizioni.
Florian Schieder, piedi intelligenti, ci sarà; Mattia Casse è stato scelto per il quarto spot, mentre Christof Innerhofer correrà il SuperG.
Gli aquilotti dell’OSV vantano pure Stefan Babinsky e ci paiono pericolosi soprattutto in ottica SuperG.
Un outsider di lusso, fuori dalle tre nazioni egemoni, è l’americano Ryan Cochran-Siegle.
Altri nomi?
Jeffrey Read, Nils Allègre, Maxence Muzaton, Cameron Alexander..
La discesa olimpica vanta una tradizione, stramba, di sorprese eclatanti: l’albo d’oro è lastricato di Tommy Moe e Jean-Luc Crétier.
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Le tre prove cronometrate, al di là di quelli che si giocano la selezione negli squadroni, fungono da adattamento e ballo in maschera.
La Stelvio non permette, fisicamente, più di una corsa a tavoletta.
Lunedì aveva nevicato e il gruppo coordinato da Omar Galli (e Matteo Marsaglia) ha cominciato il lavoro, certosino, di pulizia del pendio.
Martedì si era schiantato Fredrik Moeller, portato via con l’elicottero, che si è sublussato la spalla sinistra.
Le ricognizioni segnalavano un manto più morbido del solito, per sabato in molti si augurano più ghiaccio.
Dunque, più selezione.
L’ultima volta in Coppa, era il Natale 2024, nelle prove, Sarrazin ebbe un incidente quasi terminale.
Quattro giorni di terapia intensiva neurologica e un’operazione per drenare un ematoma subdurale.
Come lui, altri (Pietro Zazzi, tibia e perone), traditi da una pista pericolosa e da una neve monodica.
Tanto ghiaccio, qua e là nevina con grip.
La Konta, con i liberisti cotti (..), è il punto più bastardo della Stelvio.
Che andrebbe rispettata, oltre che temuta.
Si esaspera il set up, sci simil lame e scarponi (sempre più) duri.
Il materiale è fondamentale, a volte troppo.
Per la tarda mattinata del 7, il meteo non prevede freddissimo (meno 8 gradi in cima), più nuvole che sole (attenti..).
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La Stelvio, inaugurata nelle World Series 1982, fu progettata per i Mondiali del 1985.
Un’edizione memorabile, quella dell’apogeo di Pirmin Zurbriggen.
Che era già il golden boy del movimento, l’anno prima era diventato il vincitore più giovane di sempre della Coppa del Mondo generale.
Il 12 gennaio ’85 fece il bis sulla Streif, doppiando il trionfo del venerdì, in un sabato che ebbe risvolti statistici da gara sociale elvetica.
Sei svizzeri nei primi nove.
Accadde che, saltando a 140 all’ora sullo Zielschuss, laddove nel 2009 Daniel Albrecht ci lascerà la carriera, avvertì una fitta al ginocchio sinistro.
Fresco di premiazione, si consultò col medico che – osservando il rigonfiamento dell’arto – diagnosticò la rottura di un menisco.
Meno di 24 ore dopo, a Basilea, Zurbriggen andò per tre ore sotto i ferri.
Il resto, ciò che avvenne, fu un’apologia del fuoriclasse vallese.
Il 25 rimise gli sci ai piedi.
Il primo febbraio, alla rassegna iridata di Bormio, realizzò l’impossibile.
Domò la Stelvio, precedendo Peter Mueller.
E non si fermò lì: bissò con l’oro in combinata e si prese l’argento nel Gigante.
Quel mese scarso, dal Tirolo alla Valtellina, passando dalla sala operatoria di un ospedale, contende al tris olimpico di Toni Sailer a Cortina 1956, il titolo di impresa del Novecento sciistico.
Pirmin aveva 22 anni.
